ROMA - Domani ultimo giorno di lavoro a Mirafiori, prima delle ferie estive. E sarà un giorno che potrebbe restare nella storia della Fiat: vertice alla Regione con governo (Sacconi), azienda (Marchionne), sindacati (i segretari generali e nazionali di Cgil, Cisl, Uil, Fismic) ed enti locali (Cota e Chiamparino). Confronto a tutto campo. Progetto Serbia compreso. Il Lingotto dovrà giustificare (ci mancherebbe altro) non tanto le ragioni dello sbarco nella ex Jugoslavia, ma precisare tempi e modi della propria presenza nel nostro Paese. Per essere più chiari, come intende costruire la "Fabrica Italia", cosa intende fare a Mirafiori, a Pomigliano, a Melfi, a Cassino. Il destino di Termini è ormai segnato. L'azienda dovrà altresì confermare gli investimenti e la produzione di 1.400.000 autoveicoli nel 2014. Cioè la saturazione degli impianti. Impegni che Sergio Marchionne ha assunto con governo e sindacati in cambio della disponibilità ad aumentare la produttività degli impianti e a garantire la pax sindacale.
Un Patto che Maurizio Sacconi chiede venga rispettato da entrambe le parti. Il ministro del Welfare in queste ore è il più attivo nel tentativo di costruire un accordo condiviso. Fermo restando che Fiat non farà alcun passo indietro rispetto alla scelta di andare a produrre in Serbia. I sindacati lo sanno bene. Ed ecco allora la possibile terza via, che è anche quella di uscita dalla stallo: il Lingotto garantirebbe il futuro di Mirafiori destinando allo stabilimento piemontese la produzione di alcuni modelli Alfa che dovevano essere assemblati negli Usa e per gli Usa. Inoltre Mirafiori diventerebbe il polo di ricerca per l'auto elettrica e potrebbe così usufruire di contributi di Stato. Attenzione, non aiuti di Stato. Insomma, lo storico stabilimento avrebbe un futuro, come chiedono governo, enti locali e sindacati.
Altro punto di frizione era e resta Pomigliano. Lì il futuro si chiama Panda, la cui produzione verrà trasferita dalla Polonia. Marchionne però pretende relazioni industriali nuove. Che vuol dire niente conflittualità e "flessibilità" (altri le chiamano "deroghe") sul contratto nazionale di lavoro. L'esito del referendum - finito, in pratica 6 a 4 - non gli offre sicurezze ed allora, il top manager di Torino, ha avvertito che andrà avanti «con chi ci sta». Che vuol dire? Che l'ipotesi newco non è più dietro l'angolo, ma che l'angolo ormai lo ha svoltato. Il Lingotto intende chiudere la partita in tempi rapidi, forse già giovedì. Entro la settimana dovrebbe dunque annunciare l'avvio delle "pratiche" tecniche per la nuova società. Oggi Pomigliano è praticamente una fabbrica chiusa. Quando riaprirà potrebbe farlo con le maestranze che aderiranno al nuovo progetto.
Per una parte del sindacato quella della newco è una strada impossibile, comunque rischiosa, da percorrere. Ma per un'altra parte si tratterebbe soltanto di prendere atto che nei fatti il modello newco esiste e funziona già in altre realtà del gruppo. Comunque, tanto per intenderci, Bonanni e Angeletti non alzerebbero barricate di fronte alle garanzie di lavoro che la Fiat offrirebbe in cambio di modifiche normative. Ancora ieri il leader della Cisl ha invitato Guglielmo Epifani «a fare un passo avanti senza chiedere agli altri di fare passi indietro». E ha ribadito il sì alla newco purchè vengano assunti tutti i dipendenti di Pomigliano.
Marchionne domani mattina sarà presente al tavolo nella sede della Regione a Torino e nel pomeriggio dovrebbe partecipare, alla Farnesina, alla Conferenza degli ambasciatori d'Italia. Ci sarà anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Previsto uno scambio di idee e sulla Fiat e sul possibile divorzio della casa torinese da Federmeccanica per dar vita - ma solo a scadenza naturale dei contratti - a Federauto, associazione dei costruttori di vetture.