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Data: 27/07/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Gradualità decisiva per non spaccare il Paese. Oltre 15 miliardi da redistribuire se l'Iva restasse nelle Regioni in cui è versata

ROMA Che servano prudenza e gradualità il ministro dell'Economia lo ha ripetuto ancora pochi giorni fa. Costruire un federalismo fiscale che rimedi alle storture attuali, senza però spaccare il Paese, è un'impresa terribilmente complicata; anche perché normalmente gli Stati federali sono nati con questo assetto istituzionale, mentre nel nostro caso si tratterebbe di arrivarci partendo da un formato non solo centralista ma anche confuso, frutto di stratificazioni successive.
Insomma la materia è delicata, oltre che difficile, e mal si presta a semplificazioni e slogan. Parlare di Iva e Irpef da trasferire ai Comuni, o anche alle Regioni, senza specificare come, quanto e in che tempi, non aiuta certamente a capire.
Innanzitutto, come in parte precisato dallo stesso ministro Calderoli, lo schema delineato con la legge dello scorso anno e poi illustrato con la recente relazione al Parlamento attribuisce ovviamente ruoli diversi a Comuni e Regioni. I primi saranno destinatari di tutti i tributi che in qualche modo gravano sugli immobili e sul territorio: alcuni sono già di loro competenza, come l'Ici o le imposte sulla pubblicità, altri finiscono attualmente allo Stato e dovranno essere trasferiti. È il caso ad esempio dell'imposta di registro, ma anche dell'Irpef che colpisce i redditi prodotti dagli immobili (con l'eccezione delle abitazioni principali, esenti dal 2001). Dunque stiamo parlando di una piccola parte del gettito complessivo dell'Irpef, che nel 2008 valeva circa 46 miliardi. Questa imposta è destinata a restare prevalentemente in mano dello Stato centrale, anche se al Nord un movimento trasversale di sindaci chiede di poterne intercettare una quota pari ad almeno il 20 per cento.
A livello regionale, ben il 23 per cento dell'imposta netta, pari a circa 33 miliardi, arriva dalla Lombardia, mentre al secondo posto c'è il Lazio con oltre 16 miliardi e mezzo.
Ma il tributo candidato all'attuazione concreta del federalismo regionale non è l'Irpef (di cui comunque saranno potenziate le addizionali) ma l'Iva, l'imposta sui consumi. Già oggi, nella conformazione un po' ibrida prodotta dalle norme dei primi anni Duemila, la compartecipazione Iva (per una quota di circa il 45 per cento del gettito) è una delle fonti di finanziamento delle Regioni, e serve quindi a pagare la salute dei cittadini. La suddivisione avviene sulla base dei consumi delle famiglie nelle Regioni stesse, rilevati dall'Istat. Come viene fatto notare nella stessa relazione sul federalismo, questo criterio rischia paradossalmente di premiare i territori in cui è più alta l'evasione, che ricevono comunque la propria parte.
Cosa succederebbe se la ripartizione avvenisse invece in base alla provenienza dell'imposta? Proviamo a farcene un'idea del tutto teorica usando i dati assolutamente grezzi del ministero dell'Economia e delle Finanze in cui, relativamente al 2008, l'Iva di competenza è divisa per Regione. Ancora una volta sono Lombardia e Lazio a fare la parte del leone, con percentuali che sfiorano rispettivamente il 35 e il 23 per cento del gettito (tolta la quota delle Regioni a statuto speciale, che non hanno la compartecipazione). Queste due Regioni dovrebbero ricevere oltre 7 miliardi ciascuna in più, rispetto al criterio attuale. E con l'esclusione del Veneto, tutte le altre vedrebbero invece decurtata la propria quota (per oltre 4 miliardi nel caso della Puglia, 2,5 nel caso della Campania). Oltre 15 miliardi dovrebbero essere riassegnati. Non è questo, evidentemente, il punto di arrivo del federalismo, la cui credibilità si misurerà innanzitutto dal funzionamento del meccanismo di perequazione.
Tutti questi nodi saranno affrontati dopo le ferie. Nel frattempo ieri il decreto che contiene la manovra correttiva è arrivato nell'aula della Camera, corredato da circa 600 emendamenti ma destinato al percorso blindato della fiducia.

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