ROMA Operazione a tenaglia del Lingotto a poche ore dal vertice di Torino: annuncio della nascita dalla newco a Pomigliano e convocazione, per domani, dei sindacati per individuare un accordo "integrativo" che consenta di poter dare legittimità alle deroghe al contratto nazionale previste dall'intesa sullo stabilimento campano. In attesa della disdetta del contratto alla quale l'azienda non ha rinunciato e che annuncerà quando i tempi saranno maturi.
Due mosse inevitabilmente conseguenziali perché la nuova compagnia non potrebbe dispiegare tutti i nuovi effetti normativi se restasse ancorata a regole contrattuali vecchie. Senza considerare che alcune norme in deroga previste dal Patto di Pomigliano potrebbero essere impugnate riaprendo così quella conflittualità sindacale che Sergio Marchionne vede come il pericolo numero uno per la sua "Fabbrica Italia". La newco per lo stabilimento di Pomigliano è soltanto il primo passo. Lo stesso modello sarà applicato successivamente a Mirafiori, Cassino e Termini Imerese.
Prima mossa. La Fabbrica Italia Pomigliano, questo il nome della newco è stata iscritta al Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino il 19 luglio scorso. Controllata al 100% da Fiat Partecipazioni, capitale di 50.000 euro, presidente Sergio Marchionne. La nuova compagnia, nella sostanza, recepirà per intero i termini dell'accordo firmato il 15 giugno scorso da Fiat e Cgil, Cisl, Uil, Fismic e assumerà coloro che in quell'accordo si riconoscono. Le cosiddette deroghe al contratto nazionale riguarderebbero esclusivamente i punti riguardanti l'assenteismo per malattia e le sanzioni in caso di sciopero. Nell'arco dei prossimi 13-14 mesi (tanti ne sono stati ipotizzati per l'avvio della produzione della Panda) i sindacati cercheranno di limare il testo dell'intesa. «Il tempo c'è - spiega Giovanni Sgambati, responsabile Uilm - e c'è anche la volontà. Quello che non c'è più è il vecchio potere di veto della Fiom. Sono come gli ultimi giapponesi nella giungla». Ma la Cgil resta sulle vecchie posizioni: la politica di Marchionne è una ritorsione contro il sindacato.
Seconda mossa. Domani il Lingotto chiederà ai sindacati di approvare, sotto forma di integrazione contrattuale, le deroghe alle norme previste dall'accordo nazionale di lavoro, al fine di evitare possibili ricorsi. Sullo sfondo resta comunque la disdetta del contratto nazionale di lavoro, in scadenza alla fine del 2012, e che interessa 25.000 dipendenti degli stabilimenti di Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Termini Imerese. Tempi relativamente lunghi per concludere l'operazione: due anni e mezzo. Congrui per sganciare l'azienda da Federmeccanica, farla diventare capofila della futura Federauto, che potrebbe essere guidata da Rebaudengo.
Ieri sera Confindustria ha fatto sapere che «non c'è alcuna comunicazione» di Torino sulla ipotesi di sganciamento da Federmeccanica e che anzi l'azienda e la stessa Confindustria stanno lavorando per la migliore riuscita della newco. La Marcegaglia incontrerà Marchionne nelle prossime ore. In mezzo il vertice di oggi alla Regione tra Sacconi, Marchionne, i sindacati, il governatore del Piemonte Cota e il sindaco di Torino Chiamparino. Il top manager del Lingotto confermerà la scelta serba per la nuova monovolume ma anche il trasferimento della Panda (con relativi 700 milioni di investimento) a Pomigliano. Potrebbe anche fornire assicurazioni su nuove produzioni a Mirafiori. L'importante, sostengono i sindacati, è che garantisca la saturazione degli impianti italiani. Cioè la produzione di 1.400.000 autoveicoli per il 2014. «Insomma - sottolinea il numero uno della Uilm, Rocco Palombella - deve mantenere inalterati capacità produttiva e organico». «La partita - dice il ministro Sacconi - è più che mai aperta e sono ottimista per la sua soluzione perché credo nella volontà degli attori e nella loro consapevolezza di quanto sia alta la posta in gioco. Per la Cgil anche una occasione di rientrare in gioco».