ROMA. «Andiamo avanti, anche se ci fossero fratture nella maggioranza, i numeri sono abbondanti». Berlusconi è sicuro che il governo regga, anche senza i finiani. E prepara una punizione esemplare per i "ribelli". Ma proprio alla vigilia della rottura, Fini interviene per dire che con Berlusconi «dobbiamo onorare un impegno politico preso con gli elettori. Qui sto e qui resto».
«Resettare tutto, senza risentimenti», dice Fini al Foglio. Che cosa vuol dire? «Che Berlusconi ed io non abbiamo il dovere di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno». Per questo «ci tocca il compito, anche in nome di una storia comune non banale, di deporre i pregiudizi, di mettere da parte carattere e orgoglio, di eliminare le impuntature e qualche atteggiamento gladiatorio delle tifoserie».
Per alcuni è una marcia indietro, per altri il tentativo di restare nel ruolo di guastatore dall'interno. «Qui sto e qui resto, in ogni senso. Nel senso dello schieramento e delle idee portanti. Se avessi dubbi radicali, se davvero fossi sfiduciato e amaro, non direi, anche sulle questioni della legalità, che si può e si deve resettare tutto, per scrivere un nuovo capitolo con un minimo di ottimismo». Altrimenti ci sarebbe solo una deflagrazione del conflitto, con la sconfitta politica del centrodestra e una conclusione senza «vinti né vincitori, alla fine della mattanza».
Ma proprio quello che Berlusconi si appresterebbe a fare è il taglio netto, con provvedimenti disciplinari, delle teste finiane. I vertici del Pdl aspetterebbero per sferrare l'attacco solo la messa in sicurezza dei conti pubblici con l'approvazione della manovra. Domani l'ufficio di presidenza affronterà la spinosa questione e qualora fosse decisa la linea dura dell'espulsione (nel mirino ci sono i tre nomi "caldi" delle truppe finiane, Bocchino, Briguglio e Granata), anche il disegno di legge sulle intercettazioni andrebbe su un binario morto. Una conferma della fine alla quale è destinata la «legge bavaglio» la dà lo stesso Berlusconi quando si dichiara «tentato di ritirare la legge, massacrata da tanti interventi che non assicurano l'inviolabilità della privacy».
Nello scontro l'arma delle elezioni anticipate l'aveva già scaricata Bossi nel pomeriggio: «Le Regioni sono senza soldi e mi ammazzano se non porto a casa il federalismo, questa è la carta che garantisce che non si vota». Uno stop preciso associato alla rassegnazione su Fini: «Se non si incontrano, ognuno andrà per la sua strada».
Per calibrare le mosse dello «show down», in serata a Palazzo Grazioli il Cavaliere ha convocato un nuovo vertice. Il disegno si incrocia anche con la campagna acquisti che in questi giorni sarebbe ripartita tra i centristi. Fallito l'aggancio con Casini, Berlusconi si sarebbe attivato nel gruppo misto, trovando la sponda di una decina di deputati disposti a entrare nell'orbita della maggioranza. Numeri che spiegano la serenità del premier, più preoccupato, invece, per le inchieste.
Anche Bossi conferma che il vero pericolo per il governo arriva dalle procure e sulla questione morale i finiani non mollano la presa. Non c'è tregua negli attacchi contro gli indagati. Dopo l'attacco di Denis Verdini al presidente della Camera, «colpevole di non averlo tutelato» è ancora Bocchino a chiedergli un passo indietro perché il coordinatore nazionale del partito «non è nelle condizioni psicologiche» per continuare a ricoprire l'incarico.