Offensiva a tutto campo Hanno votato contro Ronchi, Urso e Viespoli
ROMA. Fini è fuori dalla linea del partito, la sua posizione «incompatibile con i principi ispiratori del Popolo della Libertà» e per tre dei suoi uomini scatta il cartellino giallo. Il documento partorito dall'ufficio di presidenza è molto duro, anche se per le espulsioni c'è ancora tempo.
E' il «penultimatum» già evocato e che i vertici del Pdl hanno votato contro i ribelli del partito. Viene chiesto il deferimento al collegio dei probiviri per le "punte finiane" Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio. Una richiesta rafforzata dal documento politico, una censura contro Gianfranco Fini per il quale «si pone il problema della sua presidenza alla Camera dei Deputati». Nei suoi confronti, «viene meno anche la fiducia del Pdl, sul suo ruolo di garanzia» dice Berlusconi in conferenza stampa e «saranno i deputati ad assumere delle iniziative al riguardo». Hanno votato a favore 33 membri dell'ufficio di presidenza, contro i 3 finiani Urso, Ronchi e Viespoli.
«Per me sono fuori, non sono più disposto ad accettare il dissenso. Sto male, mi piange il cuore, ma non si può più andare avanti così, il Pdl ha bisogno di uno choc», attacca il premier che si dice certo della tenuta del governo nonostante la minaccia di gruppi autonomi dei finiani: «Non c'è nessun rischio, abbiamo la maggioranza del paese». Il rimprovero contro Fini e i suoi uomini è quello di aver deliberatamente partecipato «attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle procure, alla stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito».
«Trovatemi il modo di cacciarlo dal partito» era stata la richiesta di un Berlusconi furioso, partita fin dalla mattina ai suoi fedelissimi, in una squadra rinforzata anche da "esperti giuridici", con l'immancabile Niccolò Ghedini. Il documento è stato limato più volte, nel pomeriggio sono circolate almeno tre bozze durante l'incontro dello stato maggiore del partito prima dell'approvazione definitiva dell'ufficio di presidenza composto di ben trentasette membri tra ministri capigruppo e presidenti di regione. Tutta la girandola di riunioni e colloqui si svolge a Palazzo Grazioli, con la sede del partito di via dell'Umiltà che resta deserta. Una scelta che non è certo casuale: «Il partito è Silvio» e mai come in questa occasione ha preso corpo quella visione di «monarchia assoluta» denunciata da Fini qualche mese fa. Il presidente della Camera ha riunito i suoi per due volte durante la giornata. «Se loro promettono spargimenti di sangue, non ci faremo trovare impreparati».
I finiani nell'ufficio di presidenza hanno tentato di prendere tempo con il premier: «Aspetta almeno 24 ore prima di decidere», gli hanno chiesto. «Non è possibile - ha chiuso la porta Berlusconi - ci sono stati troppi tentativi, e ogni volta senza risultato. Abbiamo perso sei punti pieni nei sondaggi per queste liti e questi attacchi continui».
«Ci sarà qualche perturbazione» rispondeva La Russa a chi gli chiedeva previsioni, mentre la macchina della comunicazione berlusconiana faceva filtrare la promessa di «fuoco e fiamme» contro il traditore Gianfranco e i suoi uomini. Tattica che «fino a ieri ha funzionato» secondo lo staff del premier che ha letto l'offerta «fuori tempo massimo» di Fini come un segno di debolezza, una marcia indietro frutto delle minacce lanciate a raffica dalle agenzie di stampa.