Le due Destre italiane sono in guerra, l'una contro l'altra armata. Su un fronte lo schieramento populista e anti-istituzionale di Berlusconi, sull'altro la pattuglia fedele ai valori parlamentari ed europei di Fini. Due idee sul modo di far politica inconciliabili. Il sovrano e il tessitore; il partito-azienda e la democrazia di partito. Domenica scorsa, dopo la visita in Abruzzo del presidente della Camera, avevo ipotizzato un'estate incandescente: i fuochi d'artificio sono scoppiati con largo anticipo. Giovedì, nell'arco di due ore, Silvio Berlusconi ha «espulso» dal Pdl il cofondatore: per il momento è il primo ed unico processo breve conclusosi con una sentenza.
Il giorno dopo Gianfranco Fini ha risposto formando un gruppo parlamentare autonomo: 33 deputati (almeno un terzo in più di quanti gliene venissero accreditati) riuniti in «Futuro e libertà». Numero sufficiente per far venir meno alla Camera la maggioranza necessaria al governo. Ed ecco il paradosso: il premier - in forza del «centralismo carismatico» che lo anima - si è voluto liberare del leader di An per meglio poter realizzare (dal suo punto di vista) il suo programma, senza la fatica del consenso e della mediazione con la nuova Destra finiana. Da oggi in poi, traballando la maggioranza, il Parlamento torna ad essere - così come accade in tutte le democrazie sane - il luogo centrale del dibattito politico. Non più dunque cene riservate a Palazzo Grazioli, ma dibattiti pubblici a Montecitorio. Le cronache raccontano di un Silvio furioso con i suoi; non lo avrebbero informato sulla reale consistenza del seguito di Fini.
Poco male. Un gesto illiberale (il licenziamento in tronco del presidente della Camera) finisce per dare un imprevisto ruolo centrale alle regole e alla garanzie parlamentari. Se ne è fatto interprete, a modo suo, «il Giornale» di famiglia titolando ieri: «Fini, il pericolo è la sua vendetta».
La soluzione sono le elezioni anticipate? Un disastro per un paese disastrato. Eppure è difficile ipotizzare un Berlusconi che si adatta per i prossimi tre anni ad accettare la volontà del Parlamento sovrano. Non è forse lui l'Imperatore? Secondo la definizione dello stesso Fini nel fuori-onda registrato a Pescara lo scorso autunno, documento-cult nei rapporti conflittuali tra i duellanti. E come finì Cesare è storia nota: con 33 coltellate. Quanti sono i deputati costretti ad andar via. Quest'altra però è solo attualità, ancora in pieno svolgimento.