ROMA - Quando ancora l'espulsione dal Pdl non era stata decretata, ma già l'area "finiana" si era data un profilo autonomo e una struttura organizzativa, il presidente della Camera assicurava di non essere interessato al «terzo polo» ma piuttosto alla costruzione di una «destra europea». A poco più di 48 ore dalla rottura, il fedelissimo Italo Bocchino annuncia invece che la leadership di Gianfranco Fini è ora «la più spendibile per una nuova alleanza moderata». La contraddizione fra le due affermazioni è evidente. Ma il terremoto nel Pdl ha cambiato di colpo strategie e convenienze. Se ieri il "piano A" per Fini non poteva che essere la competizione interna con Berlusconi, adesso la competizione non può che svolgersi all'esterno. Il sostegno «condizionato» al governo è una tattica obbligata, non certo una strategia. In fondo, il dilemma per Fini è se progettare una corsa solitaria alle prossime elezioni «a destra» del Pdl oppure se lavorare ad «un'alleanza moderata» con interlocutori nuovi, a cominciare da Pier Ferdinando Casini.
«Di sicuro - confida Pasquale Viespoli - non coltiveremo la solitudine. Appena si sono costituiti i nuovi gruppi è emersa una convergenza con Mpa e Io Sud. Costruire un'alleanza meridionalista è il nostro primo step. Ma presto ci confronteremo con i moderati di centro». Che questa sia la direttrice principale lo dice anche il sondaggista Renato Mannheimer: sul valore ipotetico di un lista Fini i vari istituti divergono, ma «se Fini decidesse di allearsi con altri partiti e con altri esponenti, costituendo una sorta di "terza forza", le stime appaiono più concordi nell'assegnare un seguito piuttosto largo, mediamente del 20%, con oscillazioni dal 15% al 25%». Con questa cifra e con la legge elettorale attuale, la strada del governo sarebbe preclusa. Una forza di queste dimensioni però, con un forte insediamento nel Sud, può anche impedire una vittoria di Berlusconi in Senato e fargli saltare così il disegno delle elezioni anticipate.
Il voto anticipato è certamente la minaccia incombente sullo scenario attuale. Berlusconi potrebbe provare a bruciare i tempi in autunno anche per impedire che si saldi l'intesa tra Fini e Casini. Dare tempo ai suoi avversari potrebbe diventare un rischio molto alto per il Cavaliere. Del resto, non solo l'elettorato di Fini è diventato assai più simile e integrabile con quello classicamente centrista, ma anche l'affinità con Casini è cresciuta nel tempo (al netto della ferita profonda alla nascita del Pdl). Proprio all'indomani del predellino, quando Fini disse «Siamo alle comiche finali», l'intesa elettorale con Casini sembrava ad un passo. In una cena a casa di Ferdinando Adornato, Fini e Casini si spinsero avanti nel delineare una lista comune, alleata ma distinta dal partito «personale» di Berlusconi. Poi, di colpo, Fini voltò le spalle all'Udc e salì sul predellino.
«Per fortuna - dice ora Adornato - l'Udc ha comunque deciso di combattere contro questo bipolarismo di cartapesta e ora rende possibile un partito della Nazione, capace di raccogliere i delusi di un sistema politico malato». Che questa sia anche l'idea di Casini, l'ha dimostrato lo stesso leader centrista invitando l'anno scorso al convegno Udc di Chianciano sia Francesco Rutelli che Gianfranco Fini. Rutelli poche settimane dopo lasciò il Pd. Ora il dialogo con Fini potrebbe farsi più ravvicinato. A settembre il presidente della Camera sarà invitato nuovamente a Chianciano. Ma assai più dell'invito vale il no di Casini all'offerta di Berlusconi di un ingresso nel governo e la propensione al dialogo verso Fini, che sicuramente si farà presto sentire anche in Parlamento.
Per ora Casini insiste sul governo di larghe intese. Fini è legato al patto elettorale con Berlusconi ma è pronto a rompere se e quando il Cavaliere imboccherà la strada delle elezioni anticipate. Non è ancora l'annuncio di un'intesa, ma i segnali sono già arrivati sia in casa berlusconiana che dalle parti del Pd. Nel "caminetto" dell'altra sera i democratici hanno discusso a lungo sull'eventualità di elezioni a breve e sulla difficoltà del Pd, nel caso l'affondo di Berlusconi riuscisse, a comporre uno schieramento vincente. La stessa alleanza Fini-Casini-Rutelli potrebbe diventare un problema anziché un'opportunità. «Il rischio è di farci schiacciare a sinistra con Vendola e Di Pietro, come al tempo dei Progressisti» hanno detto in molti. E sul punto anche Massimo D'Alema e Walter Veltroni si sono trovati d'accordo. D'Alema ha aggiunto che bisogna aprire un confronto con l'area centrista, sapendo che presto potrebbe arrivare anche Fini. «La nostra proposta di governo di transizione - ha detto Marco Follini - deve servirci anche a selezionare gli alleati». L'idea, ovviamente, è di costruire una comune proposta di governo tra moderati e Pd, lasciando fuori dalla coalizione sia l'Idv che la sinistra radicale. Bersani però è, come al solito, più prudente. Non vuole lasciare il certo per l'incerto.