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Pescara, 22/04/2026
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04/08/2010
Il Messaggero
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Terremoto, la cricca abruzzese - Chiodi: «Certa stampa faziosa disinforma». E dall'Ordine dei giornalisti
ferma condanna per il Governatore: non ci faremo condizionare, si preoccupi del malcostume della politica |
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D'Alessandro (Pd): «Dovreste chiedere scusa agli abruzzesi»
L'AQUILA - Che fa, non fa nulla, solo poche parole per comunicare che un assessore della sua giunta è coinvolta nello scandalo della ricostruzione, «tanto avremo tempo per occuparcene», dice il presidente della Regione Gianni Chiodi. Che fa, non fa nulla che il padre di Daniela Stati e il suo compagno siano stati arrestati per corruzione, auto e brillanti in cambio di favori. Un imbarazzo da liquidare in fretta e di nascosto, meno se ne parla e meglio è. Talmente meno, talmente tanto imbarazzo che in apertura di consiglio regionale ieri all'Aquila, il presidente Nazario Pagano apre i lavori e dice: «Comunico che la collega Daniela Stati per motivi personali non sarà presente». Sì, certo, per motivi di famiglia. E poi Chiodi: il presidente della giunta che succede nel tempo e nella poltrona a Ottaviano Del Turco non sente il dovere di dire una parola di più, di etica e di moralità non parla il centrodestra finito nel ciclone per il nuovo scandalo sulla ricostruzione. Motivi personali, questione di famiglia. Ma è la sua che gli sta a cuore, di questione personale. Gianni Chiodi sulla Stati mette il punto e prosegue, sferrando un attacco alla libertà di stampa, in particolare a Il Messaggero anche se non ne fa il nome, colpevole di aver riportato le intercettazioni e gli stralci dell'ordinanza di custodia cautelare in cui si parla degli interessi dello studio professionale di Gianni Chiodi e del suo collega Carmine Tancredi nonché cugino del senatore Paolo Tancredi, con Abruzzo engineering e il terremoto. «Mi preme dire che non esiste nessuna consulenza attribuita da Abruzzo engineering al mio studio, invito anzi la magistratura a chiarire il più in fretta possibile questo aspetto. Rilevo però la faziosità e il furore denigratorio da parte di alcuni mezzi di informazione che praticano una disinformazione sistematica, dicendo e dando per scontate cose che sono false. Siamo di fronte a un imbarbarimento della libertà di stampa e di informazione, che anzi dovrebbe essere un mestiere nobile, io rigetto queste insinuazioni e questi schizzi di fango». Falsità, imbarbarimento, disinformazione: a Chiodi saltano i nervi e cerca di far passare il messaggio che il contenuto dell'ordinanza di custodia cautelare, e quindi i suoi rapporti con Abruzzo engineering e le intercettazioni del suo collega di studio Carmine Tancredi che dice chiaro e tondo che sulle attività con la Stati «Gianni è al corrente di tutto,eh», siano frutto di invenzioni e costruzioni a tavolino. E per questo non si fa scrupolo di insultare dal microfono del consiglio regionale. Ma Chiodi sa che il gip nella sua ordinanza va ancora più a fondo: «Occorre chiarire - scrive - l'eventuale sussistenza (e l'entità) di rapporti professionali tra Abruzzo Engineering e lo studio Chiodi - Tancredi», e la conversazione tra la Stati e Chiodi che risulta a conoscenza della situazione «e dimostra di aver aiutato la società indipendentemente dall'esame di un progetto concreto». Il presidente parla al microfono del consiglio regionale per difendere l'attività del suo studio privato, tanto che alla fine ammette: «Sono io che ho chiesto al mio studio di verificare i bilanci di Abruzzo engineering», ecco è stato lui. Dopo neppure un'ora l'Ordine dei giornalisti detta alle agenzie una nota di condanna ma Pagano ne impedisce la lettura. Nessuna spiegazione sulla Stati, sugli appalti e i favori, nonostante la delega alla ricostruzione sia tutta nelle mani di Chiodi. Il dipietrista Cesare D'Alessandro è durissimo: «L'attacco di Chiodi è un volgare tentativo di condizionare il lavoro dei giornalisti abruzzesi. Invece di perdere tempo ad attaccare la stampa, Chiodi investa le sue energie per fare chiarezza sulle sue posizioni e su quelle della sua giunta. Il suo attacco ai giornalisti dalla schiena dritta è vergognoso». «Dovreste chiedere scusa agli abruzzesi», dice Camillo D'Alessandro del Pd. Emblematica la via di fuga che imbocca il vice capogruppo Emiliano Di Matteo: «In tutte le famiglie ci sono persone che sbagliano». Ma non si capisce se ce l'ha con Chiodi o con la Stati.
E dall'Ordine dei giornalisti ferma condanna per Chiodi
L'AQUILA - «Piuttosto che preoccuparsi di un presunto "malcostume che sta imbarbarendo la nobile arte del giornalismo", il presidente della Regione Gianni Chiodi farebbe bene a preoccuparsi di un diffuso malcostume che sta imbarbarendo - davvero - la nobile arte della politica. Come dimostrano le tante inchieste della magistratura»: è questa la nota di condanna emessa ieri dall'Ordine dei giornalisti abruzzesi. Desta sorpresa e preoccupazione, aggiunge l'Ordine, «il fatto che il presidente della Regione, intervenendo in consiglio regionale, all'indomani dell'ennesima bufera giudiziaria che si è abbattuta sulla classe politica abruzzese, senta più il dovere di attaccare e insolentire i giornalisti che compiono scrupolosamente il proprio dovere professionale, che è quello di informare nel modo più scrupoloso e dettagliato la pubblica opinione, piuttosto che spiegare fatti e circostanze che hanno generato l'ennesimo brutto episodio di malcostume politico. Il sospetto è che la politica tenda a stilare una sorta di lista di proscrizione dei giornalisti sgraditi, "rei" di pubblicare le notizie che non piacciono: anche quando si tratta di stralci virgolettati di citazioni di fonti ufficiali, come nel caso di una ordinanza del gip. Il tentativo di condizionare il lavoro dei giornalisti - conclude l'Ordine - sembra essere diventato nel nostro Paese lo sport nazionale, e per farlo non si fa economia di strumenti, come le leggi-bavaglio o gli insulti personalizzati. Vogliamo rassicurare il presidente Chiodi che i giornalisti abruzzesi continueranno a svolgere il proprio dovere professionale senza vincoli e condizionamenti». In serata una parziale retromarcia di Chiodi: «Con le mie dichiarazioni non avevo la minima intenzione di criticare la stampa che, nella quasi totalità dei casi, per ciò che mi riguarda, ha ricostruito la vicenda in modo equilibrato. Il mio rispetto per la libertà di stampa è massimo. Non mi sono mai lamentato di articoli che criticavano il mio operato. Mi lamento solo quando si vulnera la correttezza dell'informazione attraverso titoli che forniscono una rappresentazione dei fatti non corrispondenti alla realtà della notizia. La mia intenzione era solo quella di stigmatizzare il comportamento di chi si è abbandonato ad interpretazioni di natura allusiva. Con questo non ho inteso giammai esercitare censure alla libertà di espressione ed opinione dei giornalisti, bensì affermare che le notizie devono essere riportate in maniera corretta». Un lungo giro di parole per arrivare al punto di partenza: il governatore non tollera le notizie scomode, anche se basate su atti ufficiali.
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