Sfoltimento con forme incentivate o obbligatorie. L'istituto: rispettiamo il contratto nazionale
ROMA - Unicredit affonda il bisturi sul contenimento dei costi in relazione alla nascita della "banca unica" e vara un piano 2011-2013 di 4.700 esuberi, di cui 600 facenti parte del vecchio piano-Capitalia incagliatosi con l'introduzione della "finestra unica" della manovra finanziaria. E facendo tesoro della linea-Marchionne, Alessandro Profumo vuole una "revisione complessiva degli assetti inquadramentali", cioè delle mansioni, a pochi mesi dall'avvio del negoziato sul nuovo contratto nazionale del credito. Il piano è stato presentato ieri ai sindacati della Fiba, Fabi, Fisac, Filcea, Sinfub, Ugl, Uilca che l'hanno immediatamente bocciato con parole grosse. «L'effetto-Marchionne ha purtroppo contagiato come un effetto domino anche Unicredit», dice Lando Sileoni, segretario generale della Fabi, «non condividiamo i 4.700 esuberi che secondo Unicredit esisono all'interno del gruppo». Il 10 settembre Rino Piazzolla, capo del personale di piazza Cordusio, vorrebbe avviare la procedura di legge, come ha riferito ai rappresentanti sindacali durante la riunione alla quale hanno preso parte Angelo Carletta (capo delle relazioni industriali) e i responsabili del personale delle varie divisioni di business. L'attivazione del piano di ristrutturazione «consentirà di compensare parzialmente le crescite inerziali di costo», si legge nelle carte consegnate ieri da Piazzolla, «attese per il 2013 generando un risparmio di circa 422 milioni sul totale dei costi operativi». Lo sfoltimento dovrebbe avvenire mediante esodi incentivati ed eventualmente con forme di obbligatorietà. Durante il triennio 2011-2013, infatti il costo del personale calcolando incrementi salariali sulla proiezione dell'inflazione e dell'impatto degli incrementi contrattuali in totale pari al 3,1%, nella proiezione senza il piano aumenterebbe di 448 milioni a 5,607 miliardi rispetto al budget (+9%), invece, col ridimensionamento del personale il costo salirà solo dell'1% (26 milioni) a 5,185 miliardi. Le stime fatte da Unicredit si prolungano fino al 2015 quando senza i benefici degli esuberi, il costo del personale si attesterebbe a 5,929 miliardi, in aumento di 770 milioni (+ 15%) rispetto al budget 2010 con un incremento annuale del 2,8%. Nelle carte di Unicredit sono contenute le linee generali con tendenze macroeconomiche, senza ripartizioni geografiche e aziendali. Dettagli che dovrebbero essere esplicitati nel corso della prossima riunione del 10 settembre. «Nello spirito concertativo che caratterizza gli incontri», ha dichiarato Piazzolla, «è stata presentata un'ipotesi di piano per rendere sostenibile la struttura dei costi, attraverso efficientamenti che riguardano 4100 posizioni lavorative, oltre a 600 già individuate nel piano di integrazione di Capitalia, da attuarsi nel prossimo triennio nel rispetto dello spirito e delle regole del contratto nazionale dei bancari e nella logica di altri accordi sindacali già siglati negli ultimi anni da UniCredit con le organizzazioni dei lavoratori. A fronte del raggiungimento degli obiettivi strutturali di riduzione dei costi, l'azienda si è impegnata all'assunzione di neo laureati». «Manca una esplicita politica di crescita dei ricavi» si legge in una nota comune delle sigle sindacali presenti all'incontro di ieri, «la riduzione dei costi dovrà ispirarsi a criteri di equità e trasparenza. Ciò significa che il management del gruppo dovrà fare la sua parte e dare l'esempio e che anche le altre attività internazionali del gruppo dovranno contribuire». Per Sileoni (Fabi), Unicredit ha contravvenuto alle dichiarazioni rese dal neopresidente Abi Giuseppe Mussari e da Francesco Micheli, presidente del comitato relazioni sindacali che si sono impegnati affinchè "il modello industriale del settore credito è e rimarrà concertativo".