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Pescara, 18/04/2026
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05/08/2010
Il Messaggero
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L'esecutivo si ferma a 299 deputati, 229 contro, 75 astenuti. Caliendo, respinta la sfiducia. Ma al governo mancano 5 voti
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ROMA - Pochi problemi per la maggioranza a respingere la mozione di sfiducia presentata da Pd e Idv contro il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo. 299 no contro 229 sì, ma le spine per il governo spuntano dal fatto che tra le due cifre si collocano 75 astenuti (Udc, finiani, Api, Mpa) che sommati ai 229 voti dell'opposizione superano di cinque unità i consensi ottenuti dall'esecutivo in una battaglia il cui risultato sembra gettare pesanti ombre sul futuro della coalizione governativa. Arrivati in aula sull'onda dello strappo consumatosi tra Berlusconi e Fini 603 deputati hanno vissuto una delle più tese giornate di questa legislatura. Non è mancato neppure lo scontro fisico, dentro e, soprattutto, fuori dell'aula, tra due ex An, uno - Aldo Di Biagio - passato col gruppo di Futuro e libertà, e l'altro - Marco Martinelli - rimasto coi seguaci del Cavaliere. Fino a pochi istanti prima del voto sono circolate voci di un insistente pressing della maggioranza sui deputati vicini al presidente della Camera per farli passare dall'area dell'astensione a quella del no alla mozione. Ma alla fine le defezioni sono state in numero limitato e tutte dichiarate in anticipo: dei 33 deputati finiani, quattro (Angeli, Consolo, Divella e Tremaglia) non hanno partecipato al voto; dei quattro componenti del governo vicini a Fini, che lo stesso presidente della Camera aveva invitato a votare allo stesso modo dei colleghi dell'esecutivo, due (Ronchi e Urso) hanno quindi votato no, ma gli altri due (Menia e Buonfiglio) erano assenti giustificati poiché in missione. Gli altri 25 parlamentari si sono astenuti. In missione anche due deputati del Pdl, mentre cinque non hanno partecipato al voto per varie ragioni, tra i quali Chiara Moroni in esplicito e dichiarato dissenso dal gruppo. Solo un assente tra i 59 della Lega. Alla fine la somma per Pdl e Carroccio è stata 299, cioè 17 voti in meno di quella che è la soglia di maggioranza alla Camera. Il risultato è stato infatti salutato con assai poco entusiasti applausi di pidiellini e leghisti. A iniziare le ostilità negli interventi in Aula era stato il ministro della Giustizia Alfano accusando presentatori della mozione e astensionisti di violare «il principio a cui tutti ci dovremmo attenere: quello della non colpevolezza». «Il voto di oggi - ha aggiunto - resterà nel curriculum di ognuno di voi e prima o poi dovrete fare i conti col voto che avete dato». E questo - ha affermato il Guardasigilli - contro un uomo, Caliendo, che si vuole far cadere sulla base «di una vicenda, la cosiddetta P3, che credo sia soltanto l'invenzione di alcuni pm e della sinistra giustizialista». Immediata la reazione dei vertici del Pd alle dichiarazioni di Alfano. Il segretario Bersani: «E' incredibile che il ministro della Giustizia dia le sentenze in Parlamento mettendo la propria voce su indagini ancora in corso e che vanno rispettate. E' un altro esempio di un governo che non conosce le regole basilari». Eguali le critiche del capogruppo democrat Franceschini, che ha difeso lo spirito della mozione: «Non è animata da nessun giustizialismo», ma dalla necessità di «dare spazio, in politica, a battaglie di valori in cui richiamare principi di legalità e trasparenza». Al polo opposto la dichiarazione di voto di Cicchitto, nella quale il capogruppo Pdl ha rivendicato «il no alto e forte» opposto dalla maggioranza al «rito tribale in quest'aula che prevede un sacrificio umano al giustizialismo, che ha sostituito altri miti e altri riti della sinistra fortunatamente finiti nell'89». Il tutto - accusa Cicchitto - «in un clima alimentato dal giornale-partito Repubblica come strumento di lotta a Berlusconi. Ma noi non vi daremo lo scalpo di Caliendo che dovrebbe andare ad arricchire la collezione di Di Pietro». Infine l'accusa a Fini, Casini, Rutelli di essersi, con la loro astensione, «arresi sostanzialmente al giustizialismo di Di Pietro». Il quale, da parte sua, fa della mozione «una questione di igiene politica». Invoca le dimissioni non solo di Caliendo, ma anche di Berlusconi, «invece di starsene lì, novello Nerone, sulla sua terrazza dorata con le sue ancelle prezzolate». Ovviamente diversa la motivazione dell'astensione sulla mozione illustrata dal finiano Beniamino Della Vedova: «Siamo garantisti senza se e senza ma - ha detto il vicecapogruppo della neonata "Fl" - però il perimetro della responsabilità penale non coincide con quello della responsabilità politica. Nessun politico ha il dovere di dimettersi perché indagato, ma non può essere difeso a prescindere solo perché indagato. La presunzione di innocenza non è immunità politica». Quanto al ruolo della nuova formazione, Della Vedova ha precisato: «Siamo in maggioranza e sosterremo l'esecutivo su tutti i punti del programma, ma quando si tratteranno altri temi andremo a confronto senza pregiudizi e ostilità». E questo sancisce l'inizio del nuovo capitolo della politica italiana aperto dal voto di ieri alla Camera.
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