ROMA. Tessere sbattute in faccia, insulti, clima da corrida, gelo, e tanto odio. Ieri l'aula di Montecitorio ha vissuto momenti crudi, in un'atmosfera tesissima, culminata con l'ovazione mussoliniana per il Capo Supremo. Un trionfo personale con mezza aula che urla "Silvio! Silvio!". Salvo la vistosa macchia di silenzio dei finiani nei banchi di destra. Ed eccetto naturalmente l'amara conclusione del voto, che mette il timbro con la parola "fine" sulla monolitica maggioranza.
E' un'aula gremitissima quella che affronta lo scontro sulla fiducia a Giacomo Caliendo, il sottosegretario indagato per la P3. Piene le tribune, pieni i banchi. Manca solo Berlusconi. Il finiano Adolfo Urso siede nei banchi di governo, ma è a disagio, solo Stefania Craxi gli rivolge la parola. La gelida Mara Carfagna, in camicietta di seta bianca, lo ignora. Come Angelino Alfano e gli altri. Formale cortesia, sì, ma rancore dentro.
Che esplode nel fattaccio. Sta parlando il leghista Reguzzoni, quando il deputato Marco Martinelli (ex An ma fedele a Berlusconi, un omone erculeo con la barba bianca) litiga pesantemente con il finiano Aldo Di Biagio e gli getta in faccia la scheda che i parlamentari usano per il voto. I due hanno tutta la voglia di darsele di santa ragione ed escono dall'aula. Un drappello di commessi si precipita, li raggiunge e li separa. Al rientro, il presidente Fini invita Martinelli, molto agitato, a sedersi (lui risponde con il saluto romano).
La tensione si coglie tutta quando prende la parola il finiano Benedetto Della Vedova. Al brusìo della noia subentra un silenzio grave. In aula fa capolino Denis Verdini. Dall'altra parte Piero Fassino e Massimo D'Alema sembrano due statue. Della Vedova spiega chiaramente che il nuovo gruppo terrà le mani libere «fuori dal perimetro del programma di governo». Attenti a voi, che ci avete cacciato dal Pdl, attenti a voi.
Arriva Casini, entra in aula e dà un buffetto a Renato Brunetta. «Avrete ben altre sorprese» che quest'area tra noi e i finiani, avverte Pierferdi nel suo intervento, se deciderete per il voto anticipato.
Parla il leghista Reguzzoni, violento e deciso. Poi Dario Franceschini (Pd) che dice: «Mi rivolgo a lei, signor presidente del consiglio, che con il suo solito garbo istituzionale non c'è...». Nei banchi del governo stracolmi permane infatti la sedia centrale vuota, sulla quale aleggia l'attesa di tutti.
Franceschini parla a stento. I banchi di destra ribollono di urla e insulti. Se la prende con Bossi: vai a spiegare ai tuoi elettori che volevi combattere Roma ladrona e ora difendi chi fa parte delle logge segrete. Dai banchi leghisti partono urla e parolacce. Si coglie un odio chimico carico di brutte tossine.
Odio e rancore che innervano tutto l'intervento di Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, ex socialista di sinistra, ex piduista (tessera n.2232). «Siamo qui dice - perché c'è chi, almeno una volta al mese, ha bisogno di immolare un sacrificio umano» sull'altare del giustizialismo. E parla di uno «scalpo», quello del povero Caliendo. Ce l'ha con il gruppo Espresso-Repubblica, con il suo editore Carlo De Benedetti accusato di potere sterminato e di «una inesorabile ferocia politica». Salvo dire che non ha il carisma di Berlusconi. Questo gruppo, urla Cicchitto, è un «invasivo network della sorveglianza, con il grande fratello delle intercettazioni, e che paradossalmente inibisce tutte le libertà». Le cita tutte queste libertà, compresa quello «di sesso». L'aula s'increspa di un risolino furtivo.
Quando Cicchitto si siede tra gli applausi, ecco l'evento, l'ingresso regale di Berlusconi. Da destra parte un applauso fragoroso, alimentato da grida e saluti. Poi si alzano in piedi. I più focosi sono i leghisti (salvo Bossi, che è seduto vicino a Stefania Prestigiacomo e le sta attaccato come una ventosa). Alla fine esplode l'urlo possente: "Silvio!Silvio!". Sarà perché sono due sillabe, ma ricorda troppo il Duce! Duce!. Il frastuono diventa assordante, pazzesco. I dipietristi urlano elezioni! elezioni!
Berlusconi per un po' fa finta di nulla. Poi si alza e saluta con la mano alzata. Il fragore diventa un boato. Gianfranco Fini, dall'alto del suo trono di presidente della Camera, finge di guardare le carte che ha davanti. Non osa chiedere il silenzio perché sa che la bolgia gli si rivolterebbe contro. Bolgia che si palca da sé. Tremonti, Maroni, Alfano, Brunetta, la Carfagna abbracciano con lo sguardo il loro idolo trionfante. Gianfranco Miccichè, uno dei colonnelli siciliani ribelli ai vicerè berlusconiani, non applaude e non urla, si gira e fa un segno ad un amico. Non gradisce.