ROMA - Silvio Berlusconi continua a minacciare il voto anticipato. E ai suoi ripete che «devono prepararsi». Ma un conto è usare le elezioni come deterrente, altro conto è attivare davvero lo scioglimento delle Camere. In queste ore il Cavaliere sta vagliando e toccando con mano le difficoltà dell'impresa. In fondo la stessa conclusione della giornata di ieri - con la visita del finiano Pasquale Viespoli a Palazzo Grazioli subito dopo il vertice del Pdl - è una testimonianza delle complicazioni e delle vischiosità del quadro attuale. Per tentare di votare in autunno Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi l'altra sera, appena certificato che Pdl e Lega non hanno una maggioranza «autosufficiente» alla Camera. Ma chiudere la legislatura sul nome del sottosegretario Caliendo avrebbe elevato le inchieste sulla P3 ad argomento primario della campagna elettorale. Troppo rischioso. Forse insostenibile per l'alleato leghista.
Così le elezioni anticipate sono state, di fatto, cancellate dal calendario del 2010. Non sono invece superabili le convenienze sulle questioni legate alla giustizia e alle inchieste. Ieri diversi dirigenti del Pdl spiegavano che il «casus belli» con Gianfranco Fini, in ogni caso, non può essere il ddl sul processo breve o quello sulle intercettazioni. Sarebbe un regalo ai finiani e porterebbe acqua all'idea dell'«area di responsabilità nazionale». Il problema è che sugli altri temi del «programma di governo», quelli che ieri sono stati elencati al vertice del Pdl, i finiani resteranno a lungo molto coperti e cercheranno di non offrire pretesti al Cavaliere per la rottura. Quantomeno, se messi alle strette, decideranno loro il tempo e il luogo della rottura. Qualcuno tra gli ex-An - oggi i più agguerriti avversari di Fini - ha suggerito a Berlusconi di organizzare la battaglia decisiva sulla legge della cittadinanza o comunque sul tema dell'immigrazione (è oggi il «punto di maggior distanza», dicono, tra Fini e il sentimento del popolo di destra).
Ma per arrivare alle elezioni ci sono problemi legati anche ai passaggi istituzionali. Se i suoi avversari continuano a sostenere la continuità della legislatura, Berlusconi dovrà esporsi maggiormente nell'atto di rottura. Andare al Quirinale per rassegnare le dimissioni rappresenta comunque un «rischio» per Berlusconi perché da quel momento l'iniziativa passa al Capo dello Stato. E Oscar Luigi Scalfaro ha dimostrato quanto il Quirinale possa far pesare il suo orientamento a «crisi aperta». Ancora maggiore sarebbe per Berlusconi il rischio di un autoaffondamento (sul modello di Fanfani nell'87): Napolitano potrebbe nominare un nuovo premier anche soltanto per il governo elettorale. Ma ciò rischia di imprigionare il Cavaliere, perché Fini, finché non avrà la convenienza, non farà mai votare ai suoi la sfiducia all'attuale governo.
Berlusconi ha qualche settimana per meditare sul da farsi. Intanto però registra che sia Gianni Letta che Giulio Tremonti, pur in contrasto tra loro in molte recenti occasioni, sono tutt'altro che entusiasti dell'idea di chiudere in anticipo la legislatura.