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Pescara, 18/04/2026
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Data: 06/08/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Oliveri agli arresti domiciliari. Documenti falsi per ottenere i fondi, indagato Scibilia.Hotel Carlton, sequestrato il 99% delle quote societarie.

PESCARA. Fatture per operazioni inesistenti. Documenti falsi per ottenere il via libera ai progetti d'investimento. Finanziamenti pubblici non dovuti, per 42 milioni di euro, percepiti dallo Stato e dall'Unione europea. Da un'inchiesta targata Palmi parte l'ennesima bufera giudiziaria che coinvolge l'Abruzzo e tira in mezzo imprenditori del calibro di Antonio Oliveri e Pietro Scibilia, il primo arrestato con il fratello Vincenzo e posto ai domiciliari a Giulianova, il secondo solo indagato. Sono accusati di truffa aggravata, falso ideologico e tentata truffa.
Ma ai due fratelli è contestata anche l'associazione per delinquere. Tra i 19 indagati, anche gli abruzzesi Cesare Forcella di Teramo, Annalisa Ciampoli di Ortona e Paolo Pracilio di Vasto. Antonio Oliveri ha legato il suo nome al settore dell'esportazione di olio nei Paesi del Mediterraneo, ma soprattutto al Pescara calcio, di cui è stato vice presidente quando proprietario della società era il suocero, Scibilia, che la cedette nel 2004.
Nel mirino degli inquirenti, la «Olearia Jonica srl», la «Abruzzo impianti srl» e la «Oliveri Vincenzo srl», società beneficiarie di contributi pubblici, per un totale di 14 milioni e 135 mila euro, destinati alla realizzazione di programmi di investimento a Caltagirone (Catania), Mosciano Sant'Angelo (Teramo) e Borgia (Catanzaro).
Con i documenti artefatti, avrebbero ottenuto i finanziamenti in base alla legge 488/92 sui contributi a fondo perduto alle imprese che investono in aree depresse, traendo così in inganno il ministero per lo Sviluppo economico.
19 INDAGATI Ma l'Abruzzo, secondo le indagini della finanza di Catanzaro, sarebbe solo parte di un'inchiesta molto più vasta, che avrebbe consentito di accertare come una presunta organizzazione criminale nata in Calabria avrebbe creato articolate transazioni finanziarie sia in Italia sia all'estero, attraverso un meccanismo che coinvolgeva imprenditori, società fantasma, consulenti e funzionari di banca.
L'esito delle indagini - tutt'ora in fase di svolgimento per quanto riguarda le altre società riconducibili al «gruppo Oliveri» che avrebbero beneficiato di contributi pubblici - ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati di 19 persone e sette società.
La maxi operazione, denominata Aristeo, figura mitologica dedita all'agricoltura, è stata portata a termine ieri mattina dal nucleo tributario della Guardia di finanza di Catanzaro, coordinata dalla procura della Repubblica di Palmi.
Ai domiciliari sono stati posti Vincenzo Oliveri, 56 anni, residente a Gioia Tauro; Antonio Oliveri, 45 anni, residente a Giulianova; Vincenzo Borgia (59), di Villa San Giovanni; Erminio Salvatore Surdo (62), di Gioia Tauro; e Giuseppe Surdo (29) residente a Giulianova. Ma la procura aveva chiesto l'arresto di dodici dei 19 indagati.
SIGILLI AI BENI Sotto sequestro i beni di 14 aziende del settore della trasformazione olivicola con sede in Calabria, in particolare nella Piana di Gioia Tauro, e in altre tre regioni, Abruzzo, Toscana e Sicilia. In particolare, sono stati apposti i sigilli a 400 appezzamenti di terreno, uliveti e frutteti, per un'estensione complessiva di tremila ettari, 65 appartamenti e 15 automobili. Ma anche a cinque complessi industriali e due strutture turistiche. Circa 200 uomini della guardia di finanza sono stati impiegati nelle province di Catanzaro, Reggio Calabria, Teramo, Pescara, Catania, Lucca e Roma, per dare esecuzione al decreto di sequestro preventivo di immobili e quote societarie per un valore complessivo stimato in 700 milioni di euro, nonché per effettuare perquisizioni, per sequestrare documenti e per notificare le informazioni di garanzia.
L'inchiesta ha portato anche al sequestro di 500 conti correnti bancari che sarebbero stati utilizzati per effettuare passaggi di capitale tra le varie società.
LE FATTURE FASULLE Gli imprenditori ai domiciliari avrebbero percepito fondi comunitari per 86 milioni di euro, 42 dei quali, secondo quanto è emerso dalle indagini, ottenuti illecitamente grazie all'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per oltre 35 milioni.
L'inchiesta che ha portato agli arresti e ai sequestri è stata condotta, per oltre due anni, dalla Procura della Repubblica di Palmi che ha ipotizzato reati che, a vario titolo, vanno dall'associazione per delinquere finalizzata alla truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche dello Stato e dell'Unione europea alla malversazione ai danni dello Stato, all'emissione e all'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e al falso ideologico in atto pubblico.
LA FRODE ALL'UE Per gli investigatori, è la più importante operazione svolta in Italia nel settore delle frodi ai danni dello Stato e dell'Unione europea. Il procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo, e il comandante del Nucleo di polizia tributaria di Catanzaro, Fabio Canziani, non hanno escluso che il patrimonio sequestrato possa aumentare con il prosieguo delle indagini.
L'operazione ha dato spunto al comando generale della Guardia di finanza per diffondere alcuni dati secondo i quali in 19 mesi, dal gennaio del 2009 al luglio scorso, le fiamme gialle hanno accertato truffe ai danni dell'Unione europea per 619 milioni e sequestrato beni per circa 180 milioni.



Hotel Carlton, sequestrato il 99% delle quote societarie. La Finanza mette i sigilli solo alle azioni che appartengono a Oliveri

PESCARA. Non è l'hotel Carlton a essere sotto sequestro, ma sono le quote della società proprietaria che appartengono ad Antonio Oliveri a essere state messe sotto chiave dal Nucleo di polizia tributaria di Catanzaro ieri mattina nel corso dell'operazione che ha coinvolto gli imprenditori abruzzesi. A chiarire come stanno le cose è la Guardia di finanza al termine di una giornata in cui la sorte del Carlton, uno dei più prestigiosi alberghi della città, si era trasformata in un giallo.
«Nel corso dell'operazione», spiega il comandante del Nucleo di polizia tributaria di Catanzaro, il colonnello Fabio Canziani, «abbiamo sequestrato le quote della società proprietaria dell'albergo, la Hotel Carlton spa, riconducibili ad Antonio Oliveri, cioè il 99% del totale. Il restante 1% delle quote non è stato sequestrato perchè appartiene ad un'altra persona che non è coinvolta nell'inchiesta, dunque è rimasto nella disponibilità di questa persona.
«Le quote di proprietà di Antonio Oliveri invece», prosegue Canziani, «così come tutto il resto del patrimonio sequestrato, sono state affidate a due professionisti nominati dal gip del Tribunale di Palmi. Nell'inchiesta non sono invece coinvolti gli alberghi Don Juan e Villa Fiorita di Giulianova».
Tra le mura dell'albergo pescarese, dunque, le ripercussioni della vicenda giudiziaria che ha coinvolto Oliveri non sono arrivate visto che, come spiega la Finanza, si sono fermate più in alto, a livello societario.
Nella mattinata di ieri, in verità, erano circolate informazioni che parlavano di sequestro della struttura.
Una notizia che se fosse risultata vera non sarebbe stata di poco conto dato che l'albergo acquistato da Antonio Oliveri nel 1997 è uno dei più rinomati della città: nelle sue stanze hanno dormito Mike Buongiorno e Stefania Rocca, i campioni dell'Inter di Josè Mourinho e i big della cultura che ogni anno arrivano a Pescara per il premio Flajano, gli atleti dei giochi del Mediterraneo e i nuotatori che solo qualche mese fa hanno partecipato al trofeo Sette Colli.
Intorno alle tre del pomeriggio di ieri nell'albergo la vita, però, sembrava quella di un giorno qualsiasi. L'addetta alla reception parlava al telefono con un cliente e sorrideva a chi entra. Un altro dipendente metteva in ordine la hall. Alla reception c'era un pilota straniero che stava per ripartire dall'aeroporto d'Abruzzo, aveva pagato il suo conto, salutato e se ne era andato via.
Il direttore Domenico De Pinto, seduto nel suo ufficio, aveva spiegato: «Non siamo coinvolti dal provvedimento. D'altronde vede sigilli?».
In effetti nè all'esterno nè all'interno della struttura si notavano sigilli o segni di sequestro. «Appena ho saputo cosa era successo», aveva continuato De Pinto, «ho informato i dipendenti per tranquillizzarli, e loro hanno risposto con la massima abnegazione. I clienti non si sono accorti di nulla».
In serata, a chiarire ulteriormente la situazione, è arrivata anche la nota dal Carlton: «Nessun provvedimento di sequestro e/o confisca ha interessato la struttura alberghiera e la sua attività che perciò continua la normale attività senza restrizione alcuna».

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