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Pescara, 18/04/2026
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Data: 07/08/2010
Testata giornalistica: Corriere della Sera
I numeri del Cavaliere di Piero Ostellino

Dopo il voto parlamentare sul sottosegretario Caliendo, è evidente che l'espulsione di Fini dal Popolo della libertà è stato un errore del quale, ora, Berlusconi è prigioniero. Se prima doveva convivere, nel Pdl, con un coinquilino fastidioso, ora, deve fare i conti, in Parlamento, con un altro oppositore. Quella che, prima, era una maggioranza stabile, adesso è una maggioranza «variabile», in quanto dipendente dal voto dei finiani.
Un minimo di realismo - che in politica è sempre buon consigliere - avrebbe dovuto suggerire al capo del governo di convivere. Gli amici - non del tutto disinteressati, oltre che avventati - gli hanno consigliato di divorziare. Forse, il Cavaliere dovrebbe ascoltare maggiormente chi non gli è pregiudizialmente né favorevole né contrario, e parla di problemi, invece di fidarsi solo di chi asseconda la sua idea «patrimoniale» della politica e a ridurla alla propria persona.
Ora, quel che è singolare, anche molti dei suoi amici nella maggioranza lo danno per finito e, forse, si apprestano già a saltare giù dalla barca che fa acqua, mentre i nemici dell'opposizione lo temono ancora come dimostra il rifiuto del Partito democratico anche della sola ipotesi di elezioni anticipate.
L'aspetto paradossale di questa asimmetria fra le posizioni della maggioranza e quelle dell'opposizione ha, d'altra parte, un fondamento reale. Mentre, in Parlamento, il suo governo è esposto a finire in minoranza, a seconda delle circostanze e degli umori dell'ex alleato, nel Paese i numeri pare diano ancora ragione a Berlusconi che sembra ancora il più capace di parlare alla «pancia» degli italiani. E' l'effetto della personalizzazione della politica che va sotto il nome di populismo. Che non è una brutta parola, ma un modo di esprimersi della sovranità popolare; è l'«uomo qualunque» che vota.
Anche qui, però, un certo realismo, da parte del Cavaliere, e persino dei suoi stessi avversari, non guasterebbe.
Preso atto che, in Parlamento, è, ad ogni votazione, ostaggio dei finiani, Berlusconi non dovrebbe ignorare che, nel Paese, rischia di diventarlo, al Nord, della Lega - l'alleato che, nella situazione che si è creata, gli assicurerebbe il (probabile) successo elettorale - e, al Sud, del nuovo concorrente, il «Futuro e libertà» di Fini, che potrebbe far diventare aleatorio quello stesso (probabile) successo elettorale.
Stretto nella duplice morsa che egli ha prodotto con l'espulsione di Fini dal Pdl, il presidente del Consiglio ha un solo modo di ripristinare la propria leadership appannata. Recuperare la vecchia spinta propulsiva liberale della prima ora. Interpretare le esigenze economiche e sociali e le pulsioni di «piccoli», imprese, professionisti e autonomi che potrebbero essere fortemente attratti dalla Lega.
Ne sarà capace? Questa è l'incognita con la quale deve realisticamente fare i conti.

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