La politica fa spesso scelte che guardano più all'interesse privato del proprio bacino elettorale che all'interesse comune succede sempre che le brutte notizie si accavallino, impietose, senza dare scampo a chi pensa prima ai fatti suoi. La storia dell'abolizione mancata delle Province appartiene a questo filone.
La scorsa campagna elettorale, così feroce come ormai sono le sfide bipolari, vide miracolosamente tutti d'accordo: destra e sinistra, uniti nel predicare l'abolizione delle province per mostrare all'elettorato la voglia di combattere gli sperperi, le spese doppie e triple, di rivedere i conti di fronte alla morsa impietosa della crisi economica mondiale per dare fiato alle famiglie e ai più bisognosi. Spendere meglio i soldi dei cittadini è uno slogan che porta voti.
Nove mesi fa, a elezioni ormai lontane, Montecitorio ibernò ogni discussione residua sull'abolizione delle province con i voti di Pdl e Lega. Si era scoperto, nel frattempo, che le province venivano considerate utilissime da Bossi, perché è lì che il radicamento della Lega è più forte, assai più che nei grandi centri, e dunque le province sono un forziere dell'identità padana e del suo elettorato più convinto. Di qui la retromarcia berlusconiana sull'argomento, le province sono diventate utili, anche se nel 2008 il loro costo superava i 16 miliardi. Piuttosto che abolire, meglio usare il federalismo caro alla Lega per "razionalizzare" e "riformare".
La Corte dei Conti, che ha appena messo il naso nei bilanci degli enti locali, ha aggiornato la situazione. Un vero disastro. Vola alle stelle il ricorso all'indebitamento, che è in forte crescita nei Comuni dove, nel 2008, è arrivato a superare i 62 miliardi. Nelle Province - recita la Corte l'indebitamento ha raggiunto a quota 11,5 miliardi, correndo ancora più in fretta che nei Comuni. Un onere, questo, che pesa sui cittadini per un totale di 1.300 euro a testa.
Dunque, le Province sperperano assai più che i Comuni, e non si capisce perché non potrebbe bastare un federalismo basato su Regioni e Comuni per tagliare sprechi e spese, razionalizzare competenze, senza moltiplicare per tre burocrazie e servizi. Se poi si pensa che invece di stabilire accorpamenti, come il governo ha immaginato, il numero delle province cresce ogni anno, allora si capisce meglio quanto siano state disattese le promesse fatte alle ultime elezioni.
E adesso che si ritorna a parlare di voto anticipato, sarebbe bene prepararsi a far caso a cosa verrà promesso sull'argomento dai partiti, quando ci chiederanno il voto. Più che pensare al colore della casacca, forse sarà bene riflettere su quei 1300 euro di debito che buca le nostre tasche.
Allarme della Corte dei conti: debiti alle stelle per i Comuni. Nel 2008 a quota 62 miliardi. Per le Province 11,5 miliardi
ROMA Nonostante gli sforzi per tenere sotto controllo la dinamica del debito pubblico a livello centrale, è a livello decentrato che la situazione non fa che peggiorare. E' quanto emerge dalla relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria delle autonomie nel biennio 2008-2009: il debito dei Comuni è balzato alla vertiginosa cifra di 62,202 miliardi nel 2008 ma è cresciuto «limitatamente» rispetto al 2007 (+0,55%); «più spinta» è invece la crescita dell'indebitamento delle Province che raggiunge ormai quasi 11,5 miliardi. In pratica, è ormai salito a 1.300 euro il debito che grava sulla testa di ogni italiano per gli impegni contratti da Comuni e Province: 1.100 euro sono dovuti ai primi, 200 alle seconde. Quanto alle Regioni, cui la Corte dedica un'analisi separata, nel biennio 12, su 15 a statuto ordinario, hanno rispettato il patto di stabilità; sono fuori Campania, Molise e la Puglia che è anche l'unica ad aver sforato sia i limiti del saldo di cassa che quelli del saldo di competenza. Tra le cinque regioni a statuto speciale, invece, solo la Sicilia ha superato il limite del saldo di cassa.
Se per le Regioni la «bestia nera» rimane la Sanità, come è già ampiamente emerso nel duro braccio di ferro che ha opposto il governo e i governatori sui tagli imposti dalla manovra 2011-2012, la Corte lancia l'allarme sul debito soprattutto nelle realtà locali con oltre 20.000 abitanti, una fascia in cui «gli enti con squilibrio economico finanziario sono pressoché raddoppiati». Nel 2008 i Comuni in disavanzo sono passati da 63 a 82 e l'ammontare complessivo del deficit è cresciuto del 20%. Lazio e Campania hanno il record dei Comuni in squilibrio finanziario. «La situazione non appare incoraggianti» e, anzi, in alcuni casi è «allarmante». Gli enti in dissesto sono in diminuzione ma, tra l'89 e il 2010, sono comunque stati 442, con una media di 5 all'anno.
Inoltre, secondo la magistratura contabile «la sostenibilità del debito, considerando sia il peso degli interessi che quello delle quote di capitale, risulta nel complesso dei Comuni critica, in quanto parte dell'onere è coperto con risorse di natura straordinaria». Insomma, per pagare i debiti si cominciano a utilizzare i gioielli di famiglia. E per rendere l'idea di quanto sia preoccupante la situazione, la Corte dei Conti fa, volutamente, un paragone non tecnico: se infatti afferma la magistratura contabile si considerano le entrate correnti come una sorta di Prodotto interno lordo dell'ente, «l'incidenza media del debito è di oltre il 120% per i Comuni e del 113,57% per le Province». La Corte accende infine un faro sui debiti fuori bilancio (dovuti a sentenze o all'acquisto di beni e servizi) che da fenomeno patologico si stanno trasformando in un'anomalia fisiologica del sistema.
Infine, il raggiungimento degli obiettivi. Il patto di stabilità ha funzionato per controllare la spesa, afferma la Corte. I Comuni sono «stati coinvolti nella politica di rigore volta al risanamento finanziario dei conti pubblici», ma ad averne risentito maggiormente è stata «la spesa d'investimento. Nel 2009 la situazione complessiva «è quindi peggiorata» rispetto al 2008.
Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, ritiene «auspicabile», ora, riaprire il confronto con il governo sulla manovra alla luce delle considerazioni della Corte dei Conti, sottolineando come l'indebitamento netto delle Regioni sia diminuito e diminuiti i trasferimenti dallo Stato. Mentre il ministro degli Affari Regionali, Fitto, attacca il governatore della Puglia, Vendola: «E vediamo se anche i magistrati della Corte dei Conti possono essere considerati ventriloqui di Tremonti! La regione, ha sforato tre volte il patto di stabilità», afferma. «La Corte non ha mai censurato i nostri conti», è la replica della Regione.