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Pescara, 20/04/2026
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Data: 11/08/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Fiat Melfi, annullati i tre licenziamenti. Il giudice: sono illegittimi e antisindacali. La Cgil: anche il Lingotto può sbagliare, pronti al confronto.

I sindacati: serve dialogo. Le autorità lucane: si torni alla normalità

ROMA Il giudice sconfessa il pugno duro del Lingotto. Il locale tribunale del lavoro ha annullato ieri il licenziamento di tre operai dello stabilimento Fiat di Melfi e ne ha ordinato l'immediato reintegro. Il licenziamento, deciso dall'azienda il 13 e 14 luglio, è stato giudicato antisindacale. Due dei tre licenziati, Antonio Lamorte (tra l'altro prossimo al matrimonio) e Giovanni Barozzino, erano delegati Fiom. Insieme al terzo licenziato, Marco Pignatelli, avevano protestato anche salendo sulla Porta Venosina di Melfi per giorni, interrompendo la protesta solo per il malore di uno di loro. Secondo l'azienda, che aveva così motivato il provvedimento rigettato dal magistrato, durante lo sciopero del 6 luglio i tre avevano bloccato alcuni carrelli che portavano componenti, provocando il fermo della catena di montaggio. Per confutare le accuse la Fiom aveva citato nel suo ricorso oltre 40 testimoni presenti in fabbrica.
Amplissimo, com'era da attendersi, e variegato il panorama delle reazioni. A partire dagli interessati, che parlano di «fine di un mese da incubo» ed esprimono gratitudine a sindacato e colleghi. Soddisfazione esprime la Cgil. E così il Pd (tra gli altri l'ex ministro Damiano e il governatore della Puglia, Nichi Vendola, secondo il quale i licenziamenti avevano «carattere esclusivamente repressivo e intimidatorio» e Melfi «non è un caso isolato») e l'Idv (Di Pietro parla di governo assente e del valore di «una magistratura autonoma dai poteri forti» contro misure illegittime). E partono anche richieste di spiegazioni in Parlamento indirizzate al ministro del lavoro Maurizio Sacconi. Anche da parte dell'Udc, per bocca dell'ex leader Cisl, e ora deputato, Savino Pezzotta. Parla di buona notizia intanto la Uil, che però scorpora l'accaduto dal tema più generale delle relazioni alla Fiat, e per bocca del segretario Uilm Palombella bolla ancora come «errore» gli scioperi anti licenziamenti susseguitisi a raffica nello stabilimento lucano.
Si fanno sentire anche le autorità della Basilicata. Per il presidente della Regione Vito De Filippo e quello della Provincia di Potenza, Piero Lacorazza, il reintegro dev'essere un viatico per il ritorno alla normalità a Melfi, e per costruire condizioni di confronto «meno aspro in un momento delicato in cui la crisi ha già rotto il delicato equilibrio tra diritti e produttività», afferma Lacorazza. Di Filippo a sua volta si dice «sollevato dal punto di vista personale, prim'ancora che istituzionale, dall'intima angoscia che sempre causa la perdita di lavoro. Tanto più se a esserne interessati, come in questo caso, sono padri di famiglia o giovani che hanno appena deciso di sposarsi».
E se il segretario generale Fiom, Maurizio Landini, va giù diretto e invita tutti a «fermarsi a riflettere» sul fronte del contratto separato per l'auto, e sul fatto che «la teoria che, per uscire dalla crisi, bisogna mettere mano alla contrattazione, ai diritti e alla Costituzione, non solo è falsa ma riporta indietro di cent'anni il Paese», mentre il segretario della Basilicata Emanuele De Nicola afferma che «la sentenza indica che ci fu da parte della Fiat la volontà di reprimere le lotte a Pomigliano d'Arco e a Melfi e di dare una lezionè alla Fiom», la casa madre Cgil è più prudente, e punta piuttosto sulla chance di riallacciare un dialogo: «Avevamo e abbiamo ragione sul fatto che i diritti non possano essere messi in alternativa all'occupazione», commenta il segretario confederale Vincenzo Scudiere, ma per concludere: «La sentenza dimostra che la Fiat può anche sbagliare. Ma noi siamo sempre a disposizione per riaprire un confronto».

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