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Pescara, 20/04/2026
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Data: 12/08/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il Senatùr punta al sorpasso al Nord. Bossi è stufo della «palude» e accelera per andare all'incasso ai danni del Pdl

MILANO - Adesso è Umberto Bossi a forzare i giochi: «Nessun governo tecnico: si va a votare subito». Risposta secca a Di Pietro, ma anche ammonimento agli alleati che seguitano a beccarsi ferocemente fra loro: «Siamo nella palude» aveva detto martedì sera «e dalla palude si esce solo tornando alle urne». Ieri ha ribadito il concetto dimostrando che nell'arco di due settimane la situazione nel centrodestra si è capovolta. Se a inizio agosto era il Cavaliere a premere per il ricorso anticipato alle urne e la Lega invece frenava (indimenticabile il dito medio del senatur di fronte alla prospettiva di uno scioglimento delle Camere), adesso è il Carroccio a invocare il voto.
Umberto Bossi dice che non andrà in vacanza. In effetti la sua agenda da qui alla fine di agosto è fitta di comizi da tenere e di feste di partito a cui partecipare. Questione di abitudine, certo, ma anche necessità di fiutare l'aria che tira fra i suoi militanti. I quali continuano ad affidarsi anima e corpo alle decisioni del capo, senza però nascondere che gli ultimi mesi del governo non hanno certo entusiasmato i padani. Litigi interni alla maggioranza, figuracce diffuse (vedi dimissioni di Scajola e Brancher), un eccessivo incaponirsi su temi poco stuzzicanti per il leghista medio (intercettazioni e leggi ad personam), e tutto sommato l'idea di una coalizione bloccata dalle beghe interne. La "palude", appunto.
Dopo dieci giorni di sondaggi e di meditazioni, dunque, il leader del Carroccio sembra convinto che le possibilità di una ricomposizione del rapporto fra Berlusconi e Fini stiano a zero. Da settembre in poi il governo rischia di trovarsi impantanato in un estenuante tira e molla quotidiano capace di offuscare ulteriormente l'immagine del governo e, indirettamente, anche della Lega: per questo, minaccia, «bisogna andare a votare subito».
Soluzione che dal suo punto di vista non è la migliore possibile, ma probabilmente il male minore. Bossi infatti preferirebbe prima portare a casa i decreti attuativi del federalismo fiscale, merce preziosa da poter spendere al Nord in vista di un'eventuale campagna elettorale. Tuttavia, con una maggioranza così lacerata il cammino del federalismo rischia di diventare impossibile. Meglio perciò andare a votare senza il federalismo in cascina piuttosto che logorarsi un una inutile manfrina alla ricerca di un'intesa che oggi appare impossibile.
Anche perché in casa leghista si sentono pronti: «Di sicuro, se si tornasse al voto, vinceremmo noi». E vincere in un momento in cui il Pdl dell'amico Berlusconi vive un periodo di crisi potrebbe significare per la Lega raggiungere un obiettivo sognato da anni e solo sfiorato alle ultime elezioni Regionali: essere il partito più votato del Nord, quindi mettersi nelle condizioni di avere un ruolo ancora più determinante in un futuro governo.
Tre mesi fa il Carroccio aveva battuto il partito berlusconiano in Veneto, e lo aveva molto avvicinato sia in Lombardia che in Piemonte. Adesso il Pdl (che alle regionali, numeri alla mano, non era andato bene) ha perso per strada i finiani accentuando l'immagine di un partito poco coeso con il pericolo conseguente di poter subire una ulteriore erosione di consensi. Il tutto a vantaggio - teorico - dei leghisti che ora considerano una possibilità concreta quella di superare Berlusconi in tutte le tre grandi regioni settentrionali. L'accelerazione di Bossi per un ritorno alle urne si spiega anche così.

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