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Data: 13/08/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
La previdenza privata non decolla era meglio il «vecchio» Tfr. Uno studio della Sapienza analizza la crisi: rendimenti molto deludenti

ROMA - Si puntava a quota 8 milioni di adesioni ma il bilancio è davvero deludente: siamo molto al di sotto della metà. Dopo la fiammata del 2007, la corsa alla previdenza integrativa si è fermata. Ed ora la riforma, partita tra squilli di tromba nel '99 e sostenuta da governi di ogni colore, agonizza. Ci hanno provato con gli aiuti fiscali, togliendo ogni agevolazione agli altri prodotti di accantonamento. Per poi passare all'arma di fine mondo: quella del trasferimento forzoso Tfr nei fondi. E non sono servite neanche la decisione di trasferire comunque all'Inps il denaro di quelli che preferivano il vecchio Tfr, né l'opzione del silenzio-assenso. Niente da fare, la gente non si è fidata. Certo, la crisi economica. Sicuro: i crack finanziari non incoraggiano. Ma forse è il caso di andare oltre. Un'analisi della crisi della previdenza integrativa è stata fatta dal Dipartimento di Economia Pubblica della "Sapienza" di Roma nel "Rapporto sullo stato sociale"curato da Felice Roberto Pizzuti.
Lo studio, elaborando i dati della Covip, osserva che alla fine del 2009 erano attivi 130 fondi pensione e che dopo un ampio incremento registratosi fra il 1999 e il 2002, negli ultimi anni la consistenza dei fondi negoziali non è aumentato significativamente: il loro numero è infatti cresciuto da 6 a 36 fra il 1999 e il 2002, per poi stabilizzarsi intorno alla quarantina. In base all'ultimo aggiornamento, nel giugno 2009 il numero complessivo di iscritti a fondi aperti e chiusi era pari a circa 2 milioni e 800 mila, di cui poco più di 2 milioni nei fondi negoziali e poco più di 800 mila in quelli aperti. Insomma, la corsa alla previdenza integrativa si è inceppata. E lo studio della Sapienza tenta una spiegazione: "In effetti - al di là del fatto che Tfr e fondi pensioni non sono due tipologie di investimento finanziario perfettamente sostitutive, sia dal punto di vista dei rendimenti che delle possibilità di riscatto delle somme accumulate - una preferenza dei lavoratori verso il Tfr può essere legata sia alla performance molto scarsa dei mercati finanziari nel biennio 2007-2008, sia al fatto che la scelta a favore della previdenza privata è irreversibile, mentre in qualsiasi momento il lavoratore può scegliere di destinare ai fondi il Tfr maturando". E così la quantità di risorse gestite dai fondi complementari è ancora lontanissima dagli obiettivi di partenza ed oggi pesa solo il 5% del Pil. E sono le nuove generazioni a mancare all'appello. "Per i più giovani - osservano gli economisti della Sapienza - il limitato sviluppo della previdenza integrativa non dipende da un problema di bassa contribuzione quanto da una limitata adesione individuale". Lo studio segnala che al termine del 2009 solo il 23% degli iscritti ai fondi aveva meno di 35 anni, a fronte di circa il 34% nel complesso dell'occupazione. Ma dare torto a chi si è tenuto alla larga dai fondi privati è impossibile.
I rendimenti dei fondi pensione, nel biennio 2008-2009, hanno registrato, per quanto riguarda rispettivamente fondi chiusi, fondi aperti e forme individuali, rendimenti medi annui pari a -6,3%, -12% e -23%. Colpa della crisi, è chiaro. Ma l'osservazione dei rendimenti medi degli ultimi 11 anni conseguiti dai fondi pensione chiusi e aperti non cambia la sostanza della cose ed evidenzia l'elevata volatilità di questi rendimenti. Al contrario, il tasso di rivalutazione del Tfr è sostanzialmente stabile e i suoi valori, hanno più volte superato quelli medi conseguiti dalla previdenza integrativa. Insomma, piuttosto che prendere batoste inseguendo super-rendimenti, ci si è aggrappati al vecchio, rassicurante, Tfr.

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