La Lega lo aveva avvertito: meglio avere un accordo con il presidente della Repubblica, altrimenti il gioco si complica
ROMA. Il fischio della pentola a pressione sta diventando sinistro. E' la rabbia di Berlusconi con Napolitano, che rischia di esplodere. L'ultimo strappo del capo dello stato, visibilissimo anche nel cauto linguaggio del Quirinale, ha mandato su tutte le furie il Cavaliere. Soprattutto quel giornale a cui Napolitano ha concesso l'intervista, l'Unità, non va giù a Berlusconi.
Ancora ieri, rinchiuso nella villa di Arcore, nel flagello degli acquazzoni, il premier ha tormentato i suoi con sfoghi furibondi. Ma come si permette? Come può dire che, se c'è la crisi, solo lui decide? Berlusconi è un fiume in piena, ma non ricorda il saggio consiglio che gli aveva dato Umberto Bossi: prima di rompere tutto, mettiamoci bene d'accordo con Napolitano.
In realtà, come ragionano le colombe, in primis Gianni Letta, il capo dello stato non ha detto nulla di stravolgente: se c'è la crisi, ci si dimette e la palla passa a lui. Il quale verificherà se ci sono maggioranze. Probabilmente no, perché la situazione è nello stallo assoluto. Al Senato Berlusconi ha la maggioranza, alla Camera no. Può impedire ma non creare, e lo stesso vale per l'arco che va dai finiani a Di Pietro. Due anni fa, rammentano, Prodi andò in crisi dopo la defezione di Mastella e Napolitano constatò che non c'era alternativa al voto anticipato.
Il problema è come arrivarci. «Io non tratto con Fini e Bocchino», continua a tuonare Berlusconi. Se mi danno la fiducia, bene, altrimenti si va al voto. E le strade per lo scontro in Parlamento sono tante. Giustizia (processo breve), federalismo, fisco, Sud e stop agli immigrati clandestini: tanti i temi su cui "provocare" i finiani. E tante le tattiche per incastrarli. Ad esempio quella di convocare i capigruppo della maggioranza e vedere se Futuro e Libertà partecipa.
Ma i finiani, che fessi non sono, attendono che passi la perturbazione d'agosto. A settembre si sistemeranno come cecchini nelle torri: «Li faremo ballare ogni giorno». Anche loro si preparano a scegliere argomenti solidi per l'elettorato di destra. Come la sicurezza (via la legge sulle intercettazioni che impedisce agli inquirenti di lavorare), la legalità (pugno duro contro gli inquisiti che fanno politica) e i costi della politica (un pallino di Gianfranco Fini).
Insomma una sfida reciproca, un duello che nelle intenzioni dei finiani può durare a lungo. Ma che invece Berlusconi vuole stroncare come il nodo gordiano. I fedelissimi assicurano che il Cavaliere non vede altra soluzione che le elezioni anticipate a marzo. Veleni o non veleni, rischi al Sud o no, spera solo nel lavacro delle urne. Ora ha solo il cruccio di un ostacolo in più, quel Napolitano che si è messo educatamente ma fermamente di traverso. Gli ha rivolto contro le urla plebee di Stracquadanio, poi quelle più paludate di Gasparri e Cicchitto. I due capigruppo, che danno spessore istituzionale alla rabbia del Capo. Alle fine pure Schifani, la seconda carica dello Stato.