Declinato in svariate denominazioni. Da esecutivo di transizione, a larghe intese, a governo di responsabilità nazionale. C'era chi, come Bersani, si era spinto a indicare i papabili premier supplenti. Ed perfino il programma era deciso: misure finalizzate alla ripresa economica e al salvataggio dei conti pubblici. Più la «sacrosanta» riforma della legge elettorale, quella "porcata" che fa uscire - o non uscire - maggioranze dalle urne come in una lotteria.
Ebbene, dopo il Bossi-show, si azzera tutto. Il sogno del governissimo stava in piedi a una sola condizione: il sì di Bossi che tutti pensavano desideroso di avere il tempo per attuare il federalismo. Ma ecco che il Senatùr dice di volere le urne. E di volerle in fretta. Per quattro ragioni.
La prima: Bossi sa che oggi la Lega farebbe scorpacciate di voti, rendendo il Pdl il secondo partito del Nord. Con l'eccezione della Lombardia.
La seconda: andare alle elezioni adesso servirebbe a mascherare l'insuccesso del federalismo, difficile da attuare in presenza di una grave crisi economica e con le casse pubbliche vuote. E la colpa potrebbe essere addossata al "tradimento" di Fini.
La terza: riempito di voti il forziere elettorale della Lega, Bossi al nuovo Parlamento e al nuovo governo potrebbe dare un'impronta ancora più lumbard. Magari conquistando palazzo Chigi per sé o per qualche amico e spingendo Berlusconi sul Colle più alto della Repubblica.
La quarta ragione l'ha spiegata Bossi in persona nelle sue chiacchierate notturne. La Lega non intende restare nella «palude» di una «maggioranza impantanata». In un «casino» in cui bisogna contrattare ogni voto con lo "scomunicato" Fini. E non ci vuole restare perché sa che Berlusconi, per poter stringere il nuovo patto programmatico con il presidente della Camera, per quella che è stata chiamata la "ripartenza", per forza di cose dovrà concedere qualcosa a Fini. Che, guarda caso, punta le artiglierie proprio sul federalismo e sull'anti-meridionalismo della Lega.
E' la classica storia della coperta corta. Se Berlusconi la tirerà dalla parte di Fini, Bossi si infurierà. Se la tirerà da quella di Bossi, il presidente della Camera punterà i piedi. Debolmente, visto che ha bisogno di tempo per organizzare il suo partito. Ma comunque si farà sentire.
Ed è esattamente questo il copione che la recente tre-giorni di sparate, dichiarazioni e frenate bossiane, sembra disegnare per settembre. Perché un'altra cosa è certa: Berlusconi, nelle ultime ore, ha cominciato a guardare con maggiore freddezza al progetto di andare alle elezioni. Tant'è che venerdì non ha fatto la faccia feroce quando Giorgio Napolitano ha lanciato l'ennesimo appello a non precipitare il Paese nel baratro del «vuoto politico» e del voto anticipato. I sondaggi, che parlano di una forte crescita della Lega, di un balzo dell'astensionismo del voto moderato e di una buona affermazione al Sud del Terzo Polo prossimo venturo, consigliano ora al premier un'altra strada. Le nuove parole d'ordine sono "tenuta" e "ripartenza". Anche perché in caso di elezioni, in presenza di un forte Terzo Polo in campo, una maggioranza solida al Senato si annuncia come un'ipotesi remota.
Il primo passo del Cavaliere sarà continuare nella martellante campagna contro Fini, tentando di rosicchiare - come già sta tentando di fare - qualche parlamentare ai ribelli. Per poi provare a tirare avanti.
Ma Bossi, adesso, sembra distinguere la sua strategia da quella dell'antico amico. Fa il disfattista. Dice che «così il federalismo rischia di fermarsi». Garantisce: «Con Fini la ricucitura è impossibile». Conclude: «Ci sono solo le urne, si può votare perfino a novembre».
Difficile però credere che il Senatùr possa aprire la crisi a freddo e decretare lo sfratto di Berlusconi da palazzo Chigi. E' difficile perché spesso il Cavaliere si è rivelato munifico di fronte ai problemi economici del Carroccio. E in quanto uno strappo così dirompente renderebbe impossibile l'alleanza elettorale con il Pdl. Condizione, questa, essenziale per poter sperare di tenere il bastone del comando anche nella prossima legislatura: «Con noi Berlusconi vince sempre». Ma senza il Cavaliere il Carroccio sarebbe marginale.
E allora? Allora la cosa più probabile è che da settembre cominci una lunga battaglia di logoramento. A ogni concessione fatta a Fini, Bossi farà la voce grossa. Appena potrà alzerà la posta, scatenando la reazione del presidente della Camera. Con Berlusconi al centro del tiro incrociato e di quel teatrino massmediologico che gli fa venire l'orticaria. A quel punto, per evitare il lento logoramento, potrebbe essere lo stesso premier a dichiarare chiusa la partita. Ad invocare anche lui il bagno purificatore delle urne. Non in autunno. Più probabilmente a marzo. Con il Pdl e la Lega ancora una volta promessi sposi, sperando di poter continuare a vivere felici e... scontenti.