Su Moro: ho concorso ad uccidere o a lasciar uccidere
ROMA. «Io non sono matto, faccio il matto. Io sono il finto matto che dice le cose come stanno». Era il 1990 quando Cossiga, fino ad allora silenzioso e potente uomo politico democristiano, si trasformò di punto in bianco nel "picconatore". Talmente riservato e discreto era stato fino a quell'anno di svolta che molti si chiesero se dietro le sue irrituali «esternazioni» non ci fosse il germe della follia.
Dietro la metamorfosi di questo sassarese cugino di primo grado di Enrico Berlinguer, con un debole per le onorificenze militari, c'erano i primi scricchiolii della prima Repubblica. Cossiga pensava che il sistema, per sopravvivere, avesse bisogno di una scossa e decise che sarebbe stata lui a darla. «Intendo togliermi qualche sassolino dalla scarpa», fu la frase-manifesto con cui annunciò che da quel momento in avanti al Quirinale la musica sarebbe cambiata. I suoi bersagli furono la Corte Costituzionale, il Csm, i politici democristiani e comunisti, il sistema istituzionale, i magistrati.
Il punto culminante dell'attività picconatrice al Quirinale si ebbe sulla vicenda Gladio. Cossiga non esitò a svelare la genesi dell'operazione «Stay behind». Anche lui, da ragazzo, aveva aspettato i risultati delle elezioni del 18 aprile 1948 pronto a prendere in mano le armi se i comunisti avessero voluto tentare il colpo di Stato.
Il rapporto con la sinistra - che ne chiese l'impeachment - è stato più complesso di quanto possa apparire a prima vista: gratta gratta il vecchio «odi et amo» riemergeva sempre. Da una parte Cossiga sbeffeggiava Occhetto definendolo «zombie coi baffi», dall'altra aiutava D'Alema ad andare a Palazzo Chigi dandogli i voti dei suoi «quattro gatti».
Negli anni, il suo gusto per le sparate è rimasto intatto; qualche tempo fa, suggerì di affrontare l'Onda studentesca infiltrando il movimento, provocando «incidenti e devastazioni» per poi picchiarli e «mandarli tutti in ospedale».
Di Luciano Violante disse «è un piccolo Vishinski». A Baget Bozzo che esaltava Berlusconi rispose: «Se Berlusconi è il nuovo De Gasperi, io sono il nuovo Carlo Magno». E su Aldo Moro, nel 2001, parole di pietra: «Io ho concorso ad uccidere o a lasciar uccidere Moro quando scelsi di non trattare con le Br e lo accetto come mia responsabilità, a differenza di molte anime candide della Dc».