ROMA - Quel 5 per cento del programma sfornato dal vertice di venerdì del Pdl che non va giù ai finiani - ben disposti peraltro sul restante 95 - fa infuriare Silvio Berlusconi il quale, in un nuovo vertice a carattere prevalentemente organizzativo in vista del tutt'altro che scongiurato ricorso alla urne, lancia il suo ultimatum al presidente della Camera e ai suoi seguaci. «Non accetteremo un voto sul 95 per cento della mozione che conterrà i cinque punti programmatici e non intendiamo trattare sul 5 per cento relativo alla giustizia: prendere o lasciare». Il nodo resta quello dei provvedimenti sulla giustizia trattati nel vertice di venerdì, tra cui quello particolarmente spinoso del processo breve, e sui quali il premier è risoluto a non farsi impelagare in un'estenuante trattativa, come quella andata avanti a lungo sulle intercettazioni.
Ma se il Cavaliere non sembra aver perso la speranza di portare a termine la legislatura, il suo principale alleato, Umberto Bossi, mostra di puntare ancora dritto al voto anticipato. Dal suo solito comizio notturno il Senatùr avverte l'alleato che per lui «bisogna andare comunque alle elezioni. Mi sembra improbabile che si possa andare avanti così». Anche se - aggiunge con un plateale ridimensionamento dei 5 punti del programma di rilancio - «Berlusconi ha detto che ha un progettino da portare in Parlamento...». Da sempre contrario all'allargamento della maggioranza all'Udc, Bossi riferisce poi di aver telefonato a Berlusconi per dirgli che «è ridicolo cercare di prendere Casini prima del voto. Non va bene. Gli ho detto guarda che con Casini noi non ci stiamo. Ho spiegato che noi siamo bravi, ma gli ho fatto presente che Casini i miei non lo vogliono e che noi sappiamo dire basta. Sappiti regolare, gli ho detto, anche perché i voti il Nord li dà alla Lega, perché Casini è il male del Nord».
Tornando ai problemi che Berlusconi deve affrontare all'interno di quello che ancora non sa se sia rimasto un unico partito, lo stesso Cavaliere ha detto nella riunione di ieri di aspettare il discorso di Gianfranco Fini alla festa di Mirabello. Se il cofondatore del Pdl annuncerà di voler fondare un partito, per il premier sarà la certificazione dell'avvenuto «tradimento degli elettori». Dal quale, secondo il Cavaliere, dovrebbero discendere per lo meno le dimissioni da presidente della Camera. Buona parte della colpa per quello che sembra ormai essere diventato uno strappo non ricucibile con Fini, Berlusconi sembra però volerla dare più che allo stesso presidente di Montecitorio ai suoi «tre cattivi consiglieri». Pur non nominandoli, è chiaro che il Cavaliere si riferisce a Bocchino, Granata e Briguglio, mentre del tutto diverso è l'atteggiamento del premier verso il grosso della truppa finiana, che ritiene, nel caso si arrivasse a un redde rationem nella maggioranza e davanti ai rischi del voto anticipato, non seguirebbe il suo leader. In ogni caso, anche se il piano A del Cavaliere resta «la continuità del governo e la realizzazione del programma secondo il mandato ricevuto dagli elettori», egli stesso ieri si è detto pronto ad andare al voto, anche se i sondaggi rilevano un forte trend di crescita dell'ingombrante alleato nordista. Il rapporto con la Lega - ha tranquillizzato i suoi Berlusconi - è solido e una sua crescita non costituirebbe un problema per il Pdl. Tuttavia, il vertice di ieri a palazzo Grazioli ha avuto il preciso scopo di lanciare le "squadre della libertà": un "esercito", nato dalle strutture dei club e dei circoli del Pdl, destinato a vigilare con 200 mila volontari sulle oltre 60 mila sezioni elettorali e a radicare il partito sul territorio. Alla guida della nuova organizzazione, i leader dei club e dei circoli - Dell'Utri, Brambilla, Valducci, Mantovano - in stretto raccordo con il coordinatore nazionale Denis Verdini.