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Pescara, 22/04/2026
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Data: 24/08/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Bonanni-Marchionne, il tandem teatino si ferma a Melfi. Il caso dei tre operai che la Fiat non vuole più rischia di far saltare l'asse tra il capo della Cisl e quello dell'azienda torinese

PESCARA - C'eravamo tanto amati. C'eravamo: oggi, chissà. In due brevi frasi può essere sintetizzata la nostra libera interpretazione di quello che vorrebbe dire, probabilmente, Raffaele Bonanni a Sergio Marchionne: già, perchè la liaison tutta teatina che regge, da opposte sponde, il futuro dei lavoratori dell'auto, sembra diventata assai traballante.
Bonanni in Marchionne ha creduto e forse ancora crede. Per lui ha spaccato per l'ennesima, ma forse più sanguinosa volta, il fronte sindacale: il referendum di Pomigliano è stata una pagina difficile da voltare, ma Bonanni in Marchionne credeva, e forse ancora crede.
L'uomo di Bomba sorrise, sospettosamente ma sorrise, all'apparire dell'uomo di Chieti nello stabilimento Sevel in Val di Sangro, quello stabilimento che era orgoglio di una regione, manifesto della piena occupazione frentana, sogno felice di quelli che un azzeccato neologismo aveva battezzato "metalmezzadri", lavoratori che dai fertili campi di Atessa erano passati in assoluta scioltezza ad assemblare per una paga buona e certa il Ducato, il furgone più venduto d'Europa, isole comprese. La voce amplificata dell'uomo di Chieti, sotto le volte ampie dell'immenso stabilimento, promise: «Mai, dico mai getterò in mezzo alla strada un singolo lavoratore solo perchè un finanziere di Londra, che non ha mai visto da vicino una fabbrica, dice che è tempo di tagliare. Con me questo non accadrà mai, soprattutto in questa fabbrica, che è il modello di riferimento per l'intera Fiat». Ovazione, applausi, commozione delle maestranze: è uno di noi, il capo della Fiat è un abruzzese come noi, possiamo fidarci.
Vallo a dire oggi, ai lavoratori Sevel, se hanno voglia di applaudire ancora. Il Ducato si vende, per carità, ma non quanto prima, la piena occupazione da solida certezza è diventata un miraggio lontano, tanta gente ha vissuto un Natale amaro, un Ferragosto amaro e vede avvicinarsi con sgomento un altro Natale. Brutti pensieri per i "metalmezzadri", sempre meno metal, ma ormai andati troppo lontano per tornare orgogliosi mezzadri.
Bonanni tutto questo lo sa, lo vede: ma sa anche che il mondo dell'auto, il mondo del lavoro dell'auto sta cambiando, e allora pensa che opporsi è giusto ma che accompagnare i cambiamenti aprendo nuove prospettive forse è meglio, a costo di lasciare la Cgil da sola nel battere una strada in salita. Per questo ha affrontato Pomigliano, per questo stringe i denti quando passa in Val di Sangro. Ma quei tre lavoratori-sindacalisti di Melfi cacciati dalla Fiat, reintegrati dal giudice ma ugualmente respinti da Marchionne sono bocconi troppo duri da digerire. E allora dal Meeting di Rimini prima, e dagli Incontri di Cortina poi, il capo della Cisl ha detto stop: «Marchionne non cada nella trappola della Fiom che cerca di spostare l'attenzione dall'investimento, che è il vero problema, a una conflittualità fine a se stessa. Così la Fiat sbaglia: faccia un passo indietro e applichi la sentenza del giudice, e lo faccia subito». Come dire: attento Sergio, tutto quello che ho fatto non può finire così, nel nulla. L'uomo di Chieti ascolterà l'uomo di Bomba? O a Bonanni, che in Marchionne credeva e forse ancora crede, toccherà riflettere se, su quella strada in salita, sia stato giusto lasciare Epifani da solo?

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