ROMA - «Quel che ha fatto Fiat è in linea con la legge e la prassi». Il Lingotto trova una voce a sostegno, interessata quanto autorevole, nella presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Per la quale il tema emerso dal caso Melfi «è l'esigenza di cambiare radicalmente le relazioni industriali». Contratti inclusi. «Oggi con le nuove leggi è possibile far deroghe al contratto nazionale», spiega Marcegaglia. Ed è il target del confronto aperto con Fiat. «Ci siamo dati un obiettivo preciso: definire deroghe perché si possa applicare l'accordo di Pomigliano nel quadro del contratto dei metalmeccanici: credo sia assolutamente possibile». L'alternativa sarebbe «un contratto ad hoc per l'auto. La trattativa è aperta», ma Confindustria punta sulla prima soluzione.
Dalla parte di Marchionne anche il top manager Eni Paolo Scaroni: «Per quel poco che ho visto credo abbia ragione dalla a alla zeta». E Scaroni aggiunge: «Se esitiamo noi di Eni o Fiat a investire al Sud, come possiamo sperare che lo facciano gli stranieri?».
Ma da un fronte per altri versi certo non meno autorevole arriva un parere fermamente contrario. La Fiat «nega la dignità del lavoro», secondo il reciso giudizio espresso per la Cei - ove presiede la Commissione per i problemi sociali, lavoro, giustizia e pace - da monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano. «La Fiat deve obbedire alle sentenze - dice Bregantini - e ciò implica non solo un aspetto formale ma etico. Il lavoro non esiste solo per essere pagati, ma per la dignità dell'uomo. Ed è stato violato questo aspetto. Il lavoro contempla per la Chiesa tre elementi: dignità, servizio agli altri e la gloria di Dio, e in questo caso - conclude l'alto prelato - sono stati negati i primi due».
Punta sull'intervento del capo dello Stato il Pd, per bocca de segretario Pierluigi Bersani: «È indispensabile non far cadere il senso profondo dell'appello del presidente, il richiamo cioè a un confronto pacato e serio sull'evoluzione delle relazioni industriali nel contesto del mercato globale. In questo richiamo c'è l'esigenza di un dialogo di cui Fiat e sindacati, senza esclusioni o posizioni pregiudiziali, devono trovare la chiave». Poi Bersani attacca l'esecutivo: « Avessimo un Governo - ironizza - potrebbe venirne in questo senso, e nelle forme giuste, un contributo».
Si destreggia a sua volta tra le parole di Napolitano e quelle di Bregantini il leader della Cisl Raffaele Bonanni, per il quale entrambi i richiami sono importanti, ma nelle parole del presidente della Repubblica lo è soprattutto «l'auspicio perché si creino le condizioni per un confronto pacato e costruttivo», e per questo «non bisogna strumentalizzare le parole del Capo dello Stato».
Anche ieri, per il terzo giorno consecutivo, esplicitamente soddisfatti per la risposta al loro appello da parte di Giorgio Napolitano, i tre protagonisti del caso Melfi, Antonio Lamorte, Giuseppe Barozzino e Marco Pignatelli, si sono presentati davanti allo stabilimento, senza varcarne però stavolta i cancelli: «Non entreremo, ma saremo qui ogni giorno», hanno assicurato i tre, per poi ringraziare il Presidente Napolitano nella speranza «che il suo intervento serva a sbloccare questa vicenda». Lamorte ha sottolineato anche «l'importanza delle dichiarazioni del ministro Matteoli sulla necessità che le sentenze dei giudici siano rispettate, anche se non piacciono».
La Fiat ha intanto ufficializzato proprio alla Sata di Melfi un periodo di cassa integrazione: dal 22 settembre al primo ottobre «per adeguare i flussi produttivi alle domanda di mercato.