di MARCO CONTI
ROMA - «Non possiamo forzare ora e soprattutto non dobbiamo dare ai mercati finanziari la sensazione di una lunga instabilità. Guardate quello che accade in Irlanda e la crisi immobiliare investe gli Stati Uniti! Noi dobbiamo mostrarci responsabili se altri vorranno rompere se ne assumeranno tutto il peso. E poi le elezioni anticipate più le invochiamo e più si allontanano». Da buon padrone di casa, Silvio Berlusconi ha fatto accomodare lo stato maggiore leghista, guidato da Umberto Bossi, nel salone vista lago che ha più volte distolto l'attenzione dei partecipanti all'ennesimo vertice che ha ribadito l'inossidabile asse tra Cavaliere e Lega. Nell'analisi del presidente del Consiglio molte delle considerazioni e delle preoccupazioni del ministro dell'Economia che ha lasciato al premier il compito dell'intervento introduttivo.
Ovviamente Berlusconi ha scaricato ogni responsabilità e ha puntato il dito con Fini che «ha con me un fatto personale irrisolvibile» ma che «non riuscirà a tenere i suoi sino in fondo». La frenata su elezioni anticipate a breve si è anche condita con le resistenze del Quirinale, con le valutazioni sulla situazione al Senato e sul fatto che l'esito elettorale «potrebbe peggiorare se dovessimo dare l'impressione di rincorrere il voto anticipato». «La nostra gente non capirebbe», è stato il leit motiv usato dal Cavaliere che non ha sciorinato sondaggi - anche perché di aggiornati non ne ha - ma rielaborazioni e focus group che danno sopra l'ottanta per cento la contrarietà degli elettori al voto anticipato.
Bossi, che dopo tutto si aspettava questo esito e forse lo ha favorito con le sue bordate, ha condiviso l'analisi-tremontiana del premier ma ha chiesto al Cavaliere il via libera «a mandare uno dei miei da Fini». Toccherà a Calderoli, nelle appropriate vesti di ministro della Semplificazione, tentare di sciogliere un po' di tensione e sondare le intenzioni del presidente della Camera. Soprattutto, dovrà spiegare a Fini che Berlusconi non accetterà di guidare una maggioranza che dipende da un gruppo esterno al Pdl. Smontare i numeri di "Futuro e Libertà", o comunque poter avere una maggioranza autosufficiente, resta l'obiettivo del Cavaliere che, alla riapertura della Camera è convinto di poter riprendere quota 320. D'altra parte se Berlusconi permettesse la possibilità di sostenere il governo anche fuori dal Pdl, l'esodo potrebbe assumere dimensioni notevoli e ieri mattina il coordinatore del Pdl Verdini ha anche offerto qualche indicazioni sui finiani che potrebbero rientrare.
Il Cavaliere ha anche ridimensionato il corteggiamento all'Udc, sostenendo però che «il rapporto va mantenuto» anche in prospettiva elettorale, «visto che un terzo polo forte ci metterebbe nei guai». Bossi non ha però ancora mandato giù il voto contrario dell'Udc al federalismo fiscale e resta convinto che «alla fine meglio rimettere dentro i finiani che imbarcare i centristi».
Solo a fine pasto si è messa a punto la strategia che dovrebbe permettere alla maggioranza di sottrarsi «al gioco al rialzo di Fini». I cinque punti, messi nero su bianco venerdì scorso a palazzo Grazioli sono stati indicati come «i punti per la ripartenza che dovranno essere dettagliatamente messi nero su bianco rinviando al voto di fiducia per tutti i singoli disegni di legge». Si allontana quindi l'idea di sottoporre già i cinque punti ad un voto di fiducia il cui esito sarebbe scontato e si punta a metterla su ogni singolo provvedimento in modo da verificare di volta in volta le intenzioni dei finiani.
La ritirata del Cavaliere sul voto anticipato pare quindi più tattica che concreta. Tanto più se, come sostengono i falchi-berlusconiani, si aspetta la riapertura delle camere per lanciare - ovviamente a mezzo stampa - contro Fini e signora le bordate più pesanti.