PESCARA. Studiare per comprendere meglio il mondo in cui viviamo, e coronare un curriculum accademico con laurea magistralis, vale meno che conseguire un diploma di scuola superiore, sia pure con il massimo dei voti. A scorrere il regolamento di un concorso indetto dall'amministrazione regionale, sembrerebbe sconsigliabile intraprendere corsi di studio universitari. E perdere la testa sui libri non varrebbe proprio la pena, se tra le poche possibilità che offre oggi l'impiego pubblico c'è quella di concorrere a uno dei 41 posti da «specialista amministrativo» che la Regione Abruzzo intende coprire nei prossimi mesi.
Naturalmente, siamo di fronte a un paradosso. Studiare fa sempre bene, a prescindere dalle possibilità che il mercato del lavoro è poi in grado di offrire.
Certo, balza agli occhi e fa discutere l'articolo 8 del regolamento concorsuale in cui si stabilisce che, nella valutazione dei titoli di studio, verranno assegnati «5 punti» a un laureato con 110 e lode del vecchio ordinamento, mentre a un candidato con titolo di scuola superiore, diplomato con 60, lo stesso regolamento garantisce «6 punti», uno in più del «dottore» che ha prolungato di almeno quattro anni il proprio percorso di studi. Il confronto diventa oltremodo imbarazzante per le lauree brevi del nuovo ordinamento, che valgono «2 punti» anche se rilasciate con 110 e lode, magari con «bacio accademico», e si precipita a «1 punto» se al laureato con 110 sia sfuggita per un soffio la lode. Il bando del concorso approvato dalla giunta regionale il 3 agosto apre quesiti appassionanti sul principio della «meritocrazia», spesso sbandierato dalla classe politica come vessillo della modernità. Il regolamento detta inoltre un'altra prescrizione: l'articolo 3 prevede tassativamente che, «coloro che sono in possesso della laurea, devono necessariamente partecipare con la stessa». Come a dire che se, per caso, un candidato si fosse diplomato con «60» alle superiori e poi avesse conseguito la laurea magistralis con votazione finale di 110 e lode, prenderà un punto in meno rispetto a chi ha interrotto gli studi alle superiori con il massimo dei voti. Davvero un bel paradosso, non c'è che dire