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Data: 27/08/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Lo scontro in Fiat - Anche il Pd lascia sola la Fiom è la fine del vecchio collateralismo

ROMA - «Marchionne ha ragione». Firmato: Stefano Fassina, l'uomo di Bersani per le questioni economiche, il giovane dirigente del Pd tra i più influenzati e vicini alle posizioni Fiom. Ma dopo che il leader Cgil Guglielmo Epifani ha fatto capire urbi et orbi che il suo sindacato sarà pure di classe e il più vicino ai lavoratori, sarà pure l'organizzazione che indice scioperi generali da sola prendendosi le reprimende di ministri come Sacconi e di giuslavoristi alla Cazzola, ma sulla vertenza Fiat non si poteva star dietro alle posizioni intransigenti, pre-moderne, inutilmente se non pericolosamente estremiste (e perdenti) di una Fiom sempre più isolata nella propria azione. Sicché è toccato a Bersani, attraverso uno dei suoi uomini più fidati, uscire definitivamente allo scoperto per far capire che una cosa è difendere prerogative e diritti nella vertenza Fiat di Melfi, altra cosa è schierarsi sempre e comunque con quella che una volta era definita "la punta più avanzata del sindacato di classe", la Fiom dei mitici metalmeccanici.
«Marchionne ha ragione a dire che l'Italia deve cambiare per stare nella competizione internazionale», è la premessa di Fassina, per poi proseguire: «L'esigenza di nuove relazioni sindacali esiste, ma non aiuta in questo parlare di lavoratori che ragionerebbero con la testa rivolta all'Ottocento» (è l'unico riferimento vagamente critico dell'esponente democrat, ripreso anche da Bersani). Come che sia, per il Pd la colpa vera del conflitto aziendale più che a Mirafiori sta a palazzo Chigi, vista «la totale assenza da parte del governo di una politica industriale e i ripetuti interventi del ministro Sacconi di strumentalizzare la vicenda Fiat».
Collateralismi, appoggio sempre e comunque a Fiom e sindacato "di classe", addio. In una delle vertenze più dure ed emblematiche del dopoguerra, di quelle che segnano realmente lo spartiacque per le relazioni sindacali a venire, il Pd erede del Pci-Pds non sposa a occhi chiusi né semi aperti le posizioni più oltranziste. «Non possiamo mica presentarci come se la Fiom fosse l'unica formazione che sta con i lavoratori e tutti gli altri, la Fim, la Uilm, come se fossero venduti», sottolineavano al Nazareno sede del Pd ai tempi dell'inizio della vertenza. Se così non fosse, sarebbe proprio il Pd a saltare, a implodere, visto che tuttora è il partito che ha o dovrebbe avere al proprio interno tutte e tre le posizioni sindacali, «anzi, noi dovremmo fare emergere di più che non stiamo dietro a vecchie impostazioni classiste», sottolinea Beppe Fioroni, capo degli ex ppi del Pd e amico personale di Bonanni.
Fu Massimo D'Alema, ai tempi di palazzo Chigi, a cercare di rompere il cerchio stretto che univa l'allora Ds con il sindacato "di classe", ne sortì un duro braccio di ferro con Fausto Bertinotti risoltosi senza vincitori né vinti. «D'Alema non ebbe il coraggio di andare fino in fondo», gli rinfacciano ancora oggi quanti lo incitavano a chiudere i conti con i massimalisti.

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