ROMA.Hanno ascoltato impassibili davanti a un televisore davanti ai cancelli dello stabilimento di Melfi, l'amministratore delegato della Fiat definirli sabotatori. I tre operai licenziati e reintegrati dal giudice che ha ravvisato la condotta ansindacale dell'azienda (che non li ha riammessi al lavoro) non hanno gradito il discorso di Marchionne, spegnendo la speranza suscitata in loro dalla lettera del giorno prima di Napolitano.
«Da Marchionne - afferma Giovanni Barozzino, uno dei tre operai - mi aspettavo un discorso così pesante. A lui voglio ricordare che anche io ho vissuto in Canada, ma sono andato lì a 16 anni per lavorare e aiutare economicamente la mia famiglia messa in difficoltà dal terremoto del 1989. Per quanto riguarda il licenziamento o Marchionne non sa cosa è la verità o la nasconde, venga a Melfi a rendersi conto di come stanno i fatti».
Guglielmo Epifani, leader della Cgil, accetta l'invito all'incontro: «Per spiegargli perché sbaglia». La chiesa lucana insiste per rispettare la decisione del giudice di ammettere gli operai al lavoro «anche se l'azienda ha le sue buone ragioni». L'invito al confronto è accettato dal leader delle tute blu della Cgil, Maurizio Landini: «La Fiom è disponbile a un vero piano di rilancio della produzione dell'auto in Italia. Non siamo disponibili a mettere in discussioni le leggi, la Costituzione e il contratto nazionale». Infine rispettare la legge «vuol dire che i tre lavorartori di Melfi devono rientare al lavoro». Cisl e Uil sono stati ringraziati pubblicamente da Marchionne perché «ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell'industria dell'auto». E la Cisl contraccambia dicendosi pronta «a guardare avanti accettando la sfida per l'intero progetto Fabbrica Italia riguardante un nuovo patto sociale tra sindacati-lavoratori e azienda in cui si lascino alle spalle i vecchi schemi superati».
Per Bersani, leader del Pd, il nuovo patto sociale va bene ma «non partendo dal presupposto che c'è qualche milione di lavoratori che hanno la testa nell'Ottocento». Per questo aggiunge bisogna partire «da un rafforzamento dei meccanismi di democrazia e partecipazione diretta dei lavoratori nelle aziende». Marchionne ha buone ragioni, aggiunge il sindaco di Torino Chiamparino, «ma sbaglia su Melfi».