ROMA - «Sergio Marchionne pone problemi ineludibili ma ora bisogna evitare l'esasperazione dei conflitti, i licenziamenti non sono utili nemmeno per la Fiat». Piero Fassino, torinese, profondo conoscitore del mondo Fiat, ex segretario Ds e più volte ministro, comincia da qui l'analisi sul "manifesto" lanciato ieri da Sergio Marchionne con l'appello per un nuovo patto sociale.
Anni fa lei definì Marchionne un manager socialdemocratico. Lo ripeterebbe oggi?
«Usai quell'espressione dopo un discorso nel quale l'amministratore delegato aveva sottolineato che il dovere di un'impresa oltre che creare ricchezza è anche quello di avere una responsabilità sociale. Questo discorso vale anche oggi. Le vicende di Pomigliano e di Melfi ci dicono che è urgente ritrovare la strada di un dialogo sociale»
Cosa vuol dire?
«Penso che la lettera del presidente Napolitano ai tre operai licenziati a Melfi sia molto importante perché considera entrambi i grandi temi sul tappeto: la dignità del lavoro e l'esigenza di essere competitivi in tempi di globalizzazione. Napolitano ha tracciato la strada maestra per favorire il confronto»
Dunque lei è favorevole a riaprire il dialogo. Ma per decidere cosa?
«Innanzitutto bisogna ridefinire i modelli contrattuali. Si possono battere più strade come quella di varare contratti su settori specifici come quello auto oppure fare pochi grandi contratti nazionali e lasciare più spazio ad accodi di secondo livello. Si vedrà. Ma ora è essenziale che ciascuno esca dal proprio fortino»
Si parla di un'imminente disdetta da parte di Federmeccanica del contratto nazionale dei metalmeccanici...
«Non me lo auguro. Sarebbe un atto che ostacolerebbe il confronto sul nuovo patto sociale. Esattamente come trovo controproducente la costante volontà del ministro Sacconi di isolare la Cgil dagli altri sindacati»
Marchionne ha chiesto al sindacato di abbandonare la contrapposizione padroni-operai...
«La questione non è eliminare il conflitto ma regolarlo definendo diritti, doveri e responsabilità di ciascuna parte. Ad esempio l'altro giorno un sindacato ha proclamato uno sciopero dei traghetti in pieno rientro dalle vacanze. Se non avesse fatto marcia indietro lo sciopero avrebbe isolato i lavoratori e li avrebbe danneggiati»
Ma lei ritiene che il sindacato sia all'altezza della sfida posta da Marchionne?
«Il sindacato deve essere più coraggioso come lo è stato in passaggi decisivi del passato. Senza le scelte di Lama, Trentin, Cofferati; senza le responsabili politiche salariali degli anni Novanta di Cgil, Cisl e Uil l'Italia non sarebbe entrata nell'euro e ora affronterebbe difficoltà ancora più grandi. Dobbiamo sapere che oggi la Germania, nostro principale competitore, cresce del 3% e noi dell'1%, e dobbiamo tutti darci una regolata. E' essenziale per l'Italia una crescita della produttività»
Marchionne dice che l'Italia non ha voglia di cambiare...
«E dice una verità scomoda. Della parola innovazione si fa un abuso smodato senza che vi corrisponda un'effettiva capacità di tutti di introdurre i cambiamenti necessari per evitare il declino. Non è un limite solo del sindacato. Il primo a lasciare sola la Fiat è stato il governo. Sono quattro mesi che non c'è più neanche il ministro dello Sviluppo».