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Pescara, 18/04/2026
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Data: 30/08/2010
Testata giornalistica: Il Centro
L'ala finiana non piace agli ex di An. I coordinatori del Pdl abruzzese replicano al viceministro Urso e attaccano Castiglione

PESCARA. L'invito a ricucire la componente finiana nel Pdl sembra cadere nel vuoto. E, almeno in Abruzzo, si annunciano giorni difficili per chi, eletto nel partito di maggioranza, ritenga di potersi ritagliare un ruolo in posizione critica. La sollecitazione del viceministro Adolfo Urso, ribadita ieri in una intervista al Centro, provoca la reazione stizzita dei coordinatori del Pdl.
Un intervento corale, che rilancia alcune domande senza risposta nel partito che governa la regione. «Come possono i finiani rimanere in un partito che ha cacciato Fini? si chiede Urso. Lo vorremmo sapere anche noi!» ribattono i responsabili provinciali del Pdl Gianfranco Giuliante, per l'Aquila, Mauro Febbo, (Chieti), Lorenzo Sospiri (Pescara) e Giandonato Morra (Teramo), ai quali si è unito il federale della Marsica, Emilio Iampieri. I coordinatori leggono come una provocazione le riflessioni di Urso, «poiché in Abruzzo i finiani non solo rimangono, ma pretendono di gestire il Pdl». Il riferimento è al vicepresidente della Regione, Alfredo Castiglione, che è pure vicecoordinatore del Pdl a Pescara. «Come può Castiglione», attaccano Giuliante, Febbo, Sospiri, Morra e Iampieri, «rimanere, e guidare, un partito che ha cacciato Fini? Lo chiede Urso e lo chiediamo noi!».
I «colonnelli» del Pdl, tutti con un passato in An-Msi, non ci pensano proprio a mettere in discussione la leadership berlusconiana a favore del presidente della Camera. «Urso ricorderà», affermano, «che nel congresso di scioglimento di An e la fondazione del Pdl, Fini comunicò la volontà-incompatibilità, per scelta e ruolo istituzionale, a non occuparsi più del partito. E ci chiese di solcare di nuovo il mare aperto, di lasciare la casa del padre senza pregiudizio ideologico e con capacità di cementarci in una nuova prospettiva di area vasta inglobata nel Ppe. Non entreremo nel merito delle molte posizioni neofiniane», proseguono, «e della loro compatibilità con questo progetto, ma ciò che appare stupefacente nel discorso abruzzese di Urso è che i lealisti di destra, tutti ex democristiani (Castiglione, Nasuti e D'Ottavio), sarebbero gli uomini veri, mentre il nucleo storico ex Msi e An, che non ha seguito la deriva finiana, non apparterrebbe ormai alla destra. Di più, verrebbe privata dello status di umano. Urso ipse dixit!».
Ed è il mancato riconoscimento del valore di «uomini», perché contrari alla linea di Fini, a far infuriare i coordinatori pidiellini. «Urso traccia il solco invalicabile tra uomini e non», replicano indignati, «ma si ricordi che la destra abruzzese è fatta di gente che non si vende e non si compra, capace di pensare e di pensarsi, avvezza al confronto, anche aspro, ma irriducibilmente vocata a stare da una parte: l'altra, rispetto a chi vorrebbe avere i piedi in due staffe».

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