ROMA I cancelli di Mirafiori hanno riaperto ieri, ma soltanto per gli impiegati. Le 5.450 "tute blu" torneranno, invece, in fabbrica lunedì prossimo quando finirà il periodo di cassa integrazione. Ricorso alla cig che continua: Fiat ha annunciato nuova "cassa" dal 20 settembre prossimo per tutti gli stabilimenti ad eccezione di quello di Cassino e della Sevel. Provvedimento che interesserà anche i "colletti bianchi" di Mirafiori, dal 13 al 17 settembre. Ancora cassa integrazione il 22 settembre a Melfi per tutti i 5.500 dipendenti e due settimane dal 20 del prossimo mese per i 1.400 lavoratori di Termini Imerese. A Pomigliano, infine, si lavorerà a settembre per soli cinque giorni, ma non si sa ancora quali.
Insomma, tutti o quasi gli impianti del Lingotto saranno coinvolti dal "turn over" della cig, magari previsto e prevedibile, mentre prosegue il "braccio di ferro" tra azienda e l'ala dura della Cgil (la Fiom): per martedì la Fiom ha già convocato i propri delegati a Torino. Termini Imerese è praticamente chiuso; Mirafiori ha perduto una rilevante "commessa" con la decisione dei vertici di costruire la nuova monovolume in Serbia; Melfi ha problemi di ordine giuridico-sindacale; Pomigliano è alle prese con una riconversione e una nuova organizzazione del lavoro, bocciate da oltre un terzo delle maestranze. Sergio Marchionne non è il tipo che torna sui propri passi anche se più volte ha dato la propria disponibilità a discutere di nuove relazioni sindacali che siano in grado di rendere competitiva l'industria italiana. Una filosofia che, ovviamente, non riguarda soltanto il Lingotto, ma il futuro assetto dell'intero comparto manifatturiero.
Marchionne si è preso due mesi (uno ne è già trascorso) per decidere se uscire da Federmeccanica e dar vita ad una nuova sigla che raggruppi i costruttori di auto. E Federmeccanica deve decidere rapidamente come evitare lo strappo che potrebbe risultare devastante anche per Confindustria.
Martedì prossimo il presidente, Pier Luigi Ceccardi, riunirà il Direttivo della federazione, probabilmente per disdettare l'accordo 2008. Sicuramente per individuare una possibile via d'uscita che eviti allo stesso tempo il divorzio con Fiat ma pure la rottura con tante altre aziende metalmeccaniche dove la Fiom conta presenze rilevanti. Ecco allora la possibilità che nelle pieghe del contratto dei metalmeccanici vengano individuate le ormai famose "deroghe" che permettano di rendere più flessibili gli accordi interni, sul tipo di Pomigliano. Per esempio, il sindacato potrà offrire maggiore produttività in cambio dell'impegno dell'azienda a investire e garantire occupazione.
La Fiom ha già fatto sapere che non accetterà "deroghe" ed è pronta ad avviare contenziosi giudiziari e in fabbrica. Cioè ricorsi alla magistratura e azioni di lotta. «Così si rischia di aprire conflitti in tutti gli stabilimenti - avverte il leader delle tute blu della Cgil, Maurizio Landini -. L'idea che per uscire dalla crisi si riducano i diritti dei lavoratori può scatenare un autunno caldo. Ed ora Federmeccanica non deve cedere ai diktat di Torino». «I lavoratori non vogliono il conflitto - replica Rocco Palombella, numero uno della Uilm - ma garanzie per il posto di lavoro e paghe migliori». Secondo Giuseppe Farina, segretario generale della Fim «gli ultimi scioperi attuati dalla Fiaom sono stati un fiasco clamoroso. Su Pomigliano ha commesso un grave errore, così si sta trasformando in un grande Cobas».
Ed a proposito di Pomigliano, lo stesso scenario si potrebbe ripetere tra Federmeccanica e le organizzazioni sindacali firmatarie dell'intesa in Campania. Nel senso che la federazione degli imprenditori metalmeccanici sarebbe intenzionata ad aprire un tavolo negoziale il 15 settembre. Ovviamente, con chi ci sta. E, naturalmente, la Fiom non ci sarà. O, almeno, non ci dovrebbe essere, stando agli annunci dei vertici.
Intanto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani si dice "interessato" a fare una chiacchierata con Marchionne: «E' vero che le relazioni industriali vanno modificate, ma siamo davanti ad una situazione talmente nuova che le risposte sono al di sotto della soglia. Credo che se si vuole creare una partnership tra impresa e lavoro, non si possa prescindere dalla partecipazione democratica dei lavoratori».