MILANO - La Lega torna a spingere con forza per le elezioni, già in autunno. Ma Berlusconi è cauto e frena l'alleato. Sono queste le posizioni emerse nel vertice ad Arcore tra il Cavaliere e Umberto Bossi, convocato dopo il discorso di Gianfranco Fini. Con i due leader c'erano i consiglieri più stretti: Denis Verdini e Niccolò Ghedini con il presidente del Consiglio; Roberto Calderoli, Roberto Maroni accanto al Senatùr. Assente, perché impegnato all'Ecofin, Giulio Tremonti.
LEGA: ELEZIONI 27-28 NOVEMBRE - Come da previsioni, nell'incontro la Lega Nord è tornata a fare pressing, ipotizzando nuovamente la strada del ritorno alle elezioni come la via migliore per uscire dalla difficile situazione venutasi a creare dopo la rottura nel Pdl. La Lega ha anche proposto una data per il ritorno immediato alle urne, quella del 27-28 novembre. Ma il Cavaliere avrebbe invece fatto presente le difficoltà di ottenere le urne già nel 2010, anche alla luce della posizione del Colle.
LA RUSSA - «Che la Lega spinga per andare al voto anticipato non è un segreto e i giornali sono pieni delle posizioni dei singoli esponenti che non devo scoprire io, ma noi confidiamo che la maggioranza possa andare avanti», ha detto il coordinatore nazionale del Pdl e ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in una pausa dell'incontro di Arcore, a Linea Notte del Tg3. La Russa ha spiegato che con Berlusconi e la Lega «è in corso una discussione amichevole in cui si valuta cosa è successo, le prospettive di andare avanti, ma anche che se si fosse costretti ad interrompere la legislatura, di andare al voto». Sul discorso di Fini, La Russa ha spiegato che più delle parole conteranno «gli atti parlamentari» aggiungendo che con l'ex leader di An «nessuno ha mai parlato di compromesso. Fini è presidente della Camera e non un capo di partito. Semmai è capo di un gruppo e, su questo, lo abbiamo avvertito».
PREVERTICE - Prima di ricevere la delegazione leghista, il Cavaliere ha fatto il punto con i «fedelissimi»: Franco Frattini, Mariastella Gelmini, Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto, Niccolò Ghedini. Al telefono sente altri dirigenti e consiglieri, come Gianni Letta e Paolo Bonaiuti. Quest'ultimo, in mattinata, si fa interprete delle colombe: a Mirabello, dice il portavoce, non c'è stato un fatto «traumatico»; il Governo andrà avanti con i «cinque punti». Ma ad Arcore prevale il pessimismo. Chi lo ha visto racconta di un Berlusconi di pessimo umore, deluso, scoraggiato. Ma al di là dello stato d'animo, quello che emerge è un premier indeciso sulle prossime mosse. Ripete che i nodi sollevati da Fini, lungi dall'essere politici, sono personali. Ma è su altro che concentra la sua attenzione: il suo timore è che quella accusa di «incompatibilità» contro l'ex leader di An si trasformi in un boomerang in caso di voto, mostrandolo come l'autore dello strappo. Circostanza che lo penalizzerebbe non poco nelle urne.
CICCHITTO - Ecco perché, come ha detto Cicchitto lasciando Arcore, lo show down dovrà avvenire in Parlamento, non prima. Solo in Aula il premier potrà verificare se il sospetto che i finiani intendano solo «logorare» e «vietnamizzare» (copyright di Osvaldo Napoli) il governo sia vero. Se così fosse Berlusconi è stato perentorio: se rottura sarà, dovrà essere imputabile unicamente a Fini e su un argomento non attinente alle vicende personali del premier, ma su tematiche che interessino i cittadini. Ecco spiegato lo stralcio del processo breve. Il tema non è stato ancora deciso, ma c'è chi scommette che i leghisti proporranno il federalismo come banco di prova visto che Fini ha chiesto che il Sud non venga penalizzato. Comunque sia, l'intento del Cavaliere è di restituire a Fini il cerino. Quello che emerge, dunque, è un Berlusconi ancora orientato a esperire tutti i tentativi prima di gettare la spugna e avviarsi - suo malgrado e sempre che il Quirinale non decida altrimenti - a delle rischiosissime elezioni anticipate. Con la roulette di numeri incerti soprattutto al Senato. Ma se è davvero così, il problema sarà frenare il pressing leghista che, almeno dalle dichiarazioni, sembra puntare dritto alle urne. «Se Berlusconi dava retta a me e andava alle elezioni Fini, Casini, la sinistra... tutti quanti scomparivano», ha ribadito Bossi, che torna a puntare il dito su un aspetto del discorso di Fini: l'apertura su una modifica della legge elettorale. Ancora più esplicito Roberto Cota: «Le parole di Fini pesano come macigni. Margini per ricostruire? La vedo difficile». Ed anche il solitamente ottimista Roberto Maroni vede poche alternative: «L'intervento di Fini apre tanti scenari: un immediato ricorso alle urne o un proseguimento della legislatura con un patto che però c'è già» Il sentiero per evitare il voto, dunque, è strettissimo. E passa per quei finiani 'moderatì ai quali Berlusconi più volte si è appellato. Anche perchè il dialogo con l'Udc non sembra aver finora prodotto risultati concreti. Ma le speranze sono ridotte al lumicino. Tanto che anche i fedelissimi del Cavaliere iniziano a scalpitare: «Andiamo a votare a novembre o dicembre; a marzo sarebbe troppo tardi», taglia corto Francesco Giro. Mentre Daniele Capezzone ribadisce la richiesta di dimissioni dell'ex leader di An dallo scranno più alto di Montecitorio.