ROMA - Sul Colle è stata una giornata di attesa. Beninteso: Giorgio Napolitano, tra impegni ufficiali, cene di Stato (con il presidente finlandese Halonen) e appelli, non ha avuto molto tempo per pensare a quella richiesta di udienza, preannunciata ad Arcore da Berlusconi e Bossi, ma per ore rimasta lì,sospesa, senza seguito. Ripensamenti? Sembra di sì. A quanto pare, il ministro Frattini, al Quirinale, avrebbe prospettato la richiesta del premier, ma Napolitano ha replicato che l'udienza era inutile perché non egli non ha gli strumenti costituzionali per un eventuale pressione su Fini. E il Cavaliere avrebbe rinunciato. Le fonti del Quirinale non hanno voluto commentare le varie supposizioni che si sono accavallate sulla richiesta di un intervento del capo dello Stato per indurre Gianfranco Fini a dimettersi perché non più super-partes. «Aspettiamo di conoscere le eventuali motivazioni», si limitano ad osservare sul Colle, «Per ora non ci sono richieste di colloquio». E la freddezza che trapela da questa precisazione è palese. Il tentativo del premier e del leader del Carroccio di sostenere la «gravità istituzionale» della situazione determinatasi dopo il discorso di Fini a Mirabello e quindi di coinvolgere il capo dello Stato in un pressing sul presidente della Camera viene considerato come una mossa politica con varie subordinate, ma votata inevitabilmente all'insuccesso. Come se non fossero state sufficienti le precisazioni già fatte nel luglio scorso da Napolitano quando dal Pdl e dalla Lega venivano avanzate le prime richieste di dimissioni di Fini (nessuno può costringerlo a lasciare la carica, può farlo solo spontaneamente, non c'è alcuna procedura per rimuoverlo) sono intervenuti ieri fior di costituzionalisti a spiegare che i margini di intervento del capo dello Stato sono pressoché nulli. L'avere pronunciato un discorso critico nei confronti di Berlusconi o del Pdl è un fatto interno alla maggioranza, che non ha valenza istituzionale. Allo stesso tempo - si ricorda - è del tutto irrilevante l'accusa mossa al leader di "Futuro e libertà" di aver costituito un nuovo raggruppamento politico (cosa che peraltro non ha ancora fatto); d'altra parte ci sono i precedenti di Spadolini, Bertinotti e Casini che era presidenti della Camera e al tempo stesso segretari o presidenti di partito. Dunque: prevale l'impressione che il Cavaliere e Bossi vogliano esercitare una pressione su Napolitano per stringerlo in una morsa che da una parte ha il "caso Fini" ma dall'altra ha una posta ben più sostanziosa: quella del voto anticipato. I due leader del Pdl vogliono avere assicurazioni dal capo dello Stato che - di fronte ad una crisi di governo - egli scioglierà senza indugi le Camere. Ma Napolitano questa garanzia preventiva non può e non vuole darla. Sa che la Costituzione è dalla sua parte. Quindi presumibilmente dirà ai suoi interlocutori: «Volete aprire la crisi? Fatelo pure, solo a quel punto io entrerò in scena». Naturalmente, quello che spaventa Bossi e anche Berlusconi è che ci possano essere passaggi supplementari e imprevisti prima dello scioglimento anticipato, anche perché Napolitano sarà tenuto a verificare se in Parlamento esistono altre maggioranze e altre soluzioni governative sotto forma di governi più o meno tecnici o di emergenza.