PESCARA. «Siamo stati prima licenziati e poi reintegrati da un giudice. Al posto della catena di montaggio i dirigenti Fiat ci hanno imposto di passare il tempo in una saletta riunioni, assicurandoci il pieno rispetto dei diritti sindacali. Alla prima prova sul campo, invece, si sono tirati indietro e ci hanno negato la partecipazione all'assemblea degli operai Sevel». Giovanni Barozzino, l'operaio dello stabilimento Fiat di Melfi accusato di aver bloccato un carrello della linea di produzione assieme ai colleghi Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, non mostra segni di nervosismo e affronta l'argomento con la sua tradizionale calma. Secondo il delegato Fiom, il mancato accesso nella fabbrica dei furgoni della Val di Sangro rappresenta «un fatto gravissimo per noi e per tutto il sistema industriale del Paese poiché rappresenta una violazione dello statuto dei lavoratori», rimarca scandendo bene le parole.
Dopo il divieto espresso dal Lingotto, ieri mattina Barozzino e Lamorte hanno ripiegato su Pescara e hanno preso parte a un incontro nella sede della Cgil. Il filo conduttore del discorso tenuto dagli operai di Melfi ruota intorno ai concetti di lavoro e giustizia: «Non nutriamo desideri di rivalsa, è un peccato che la Fiat voglia continuare su questa strada. Noi chiediamo con forza che sia rispettata una sentenza della magistratura e chiediamo di ridarci la nostra postazione all'interno della catena di montaggio poiché la legge è uguale per tutti e chi ha il diritto di lavorare deve essere messo in condizioni di farlo».
La preoccupazione delle tute blu è che le ripercussioni della battaglia combattuta fuori dai cancelli di Melfi e dello stabilimento di Pomigliano d'Arco a breve possano allargarsi a macchia d'olio fino a coinvolgere l'Abruzzo e le altre regioni.
«La Sevel di Atessa è la fabbrica più grande della regione», sottolinea Antonio Lamorte, «ma chi ci assicura che lo spettro di Termini Imerese in futuro non possa abbattersi sui cinquemila operai della Val di Sangro? Abbiamo assistito oggi (ieri per chi legge n.d.c.) all'alienazione dei diritti sindacali. Tra l'Abruzzo e la Basilicata c'è sempre stato un interscambio di forza lavoro che, stavolta, ci è stato negato». Lamorte non risparmia una stoccata nei confronti dell'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne: «La sfida della produttività passa attraverso minacce velate che non possiamo accettare. Bisogna uscire dalla crisi senza barattare la nostra dignità».