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Data: 10/09/2010
Testata giornalistica: Il Tempo - Edizione Abruzzo
Sciopero contro il sabato lavorativo. Ingresso negato ai sindacalisti di Melfi

CHIETI Le macchine vanno a pieno regime. La produzione aumenta. Ma anziché assumere, si ricorre agli straordinari. Lo scorso anno la Sevel di Atessa ha mandato a casa 1400 lavoratori precari con la promessa di reintegrarli in tempi migliori. E ora che il cielo appare leggermente più sereno all'orizzonte, mette in bacheca un programma di quattro straordinari da svolgersi il sabato. Così la Fiom-Cgil, che non ha dimenticato le parole pronunciate in passato, alza la voce. «La Sevel - spiega Nicola Di Matteo, segretario generale della Fiom Cgil Abruzzo - si è guadagnata un posto nello scontro generale che il sindacato sta avendo con la Fiat. Ha deciso di infrangere le promesse fatte e di interrompere ogni forma di rapporto che, seppure in modo informale, aveva avuto finora con i sindacati. Da sola, senza consultare le Rsu, infatti ha programmato degli straordinari per far fronte a una ripresa della produzione. Per ora sono quattro sabati ma poiché non ha interlocutori non sappiamo con certezza i termini della questione». Di Matteo ricorda poi gli accordi fatti nel momento della decurtazione del personale. «Il taglio degli operai - prosegue Di Matteo - è stato fatto in virtù di un loro, anche parziale, reintegro durante la fase della ripresa. Reintegro che non c'è stato». E se con la Honda la Fiom Cgil è riuscita a garantire 70 posti di lavoro in più in virtù di un aumento della produzione di 9mila moto, «con la Fiat non c'è proprio dialogo. Marchionne sta introducendo un nuovo modo di amministrare davvero pericoloso: si calpestano i diritti degli operai in cambio di un posto di lavoro». E intanto la Fiom Cgil annuncia nove ore di sciopero per sabato, per dire no allo straordinario. «Certe questioni vanno affrontate e discusse - ha precisato Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom -. Ci troviamo di fronte alla disdetta del contratto nazionale 2008, di fronte ai recenti 1.500 lavoratori con contratto a termine licenziati da Sevel, e al premio di risultato non pagato lo scorso luglio, mentre i dividendi sono stati regolarmente dati ai dirigenti. Non si lavora il sabato se non si affrontano prima questi temi; la conseguenza è stata l'apertura della vertenza». E da Atessa lo sguardo si allarga verso Melfi, per la presenza, durante la conferenza stampa, di Giovanni Barozzino e Antonio Lamorte, i due operai licenziati dall'azienda e poi reintegrati, senza successo, dal giudice. I due, in veste di rappresentanti sindacali, si erano recati ai cancelli della Sevel di Atessa chiedendo di parlare agli operai, ma sono stati rimandati a casa. Ieri, scortati da Landini e dal segretario regionale della Fiom Nicola Di Matteo, avrebbero voluto intervenire all'assemblea dei lavoratori ma il loro ingresso è stato bloccato. Per questo gli operai dell'azienda hanno proclamato un'ora di sciopero e sono usciti per incontrare Barozzino e Lamorte davanti ai cancelli della fabbrica. «Sicuramente - ha spiegato Landini - ci troviamo di fronte a una violazione del contratto dei lavoratori, dobbiamo valutare se agire in sede giudiziaria». Ma alla Sevel non è stato fatto entrare neppure Vincenzo Russo, segretario nazionale della Failms-Cisal, per cui il sindacato ha preannunciato il ricorso alla magistratura per condotta antisindacale. L'unico ad avere avuto libero accesso è stato Claudio Trivellone, lasciato a casa retribuito, nonostante il ricorso vinto in tribunale. «La Fiat dovrebbe rispettare le sentenze dei giudici - ha asserito Barozzino -, non può continuare con questi atteggiamenti. Non c'è rivalsa, noi vogliamo il nostro posto di lavoro. Chiediamo, siccome la legge è uguale per tutti, che qualcuno ci dica perchè non viene rispettata la sentenza emessa da un giudice della Repubblica italiana. Quindi aspettiamo ancora con forza questa nostra richiesta». «Io credo - ha aggiunto Lamorte - sia arrivato il momento in cui in Italia le questioni del lavoro ritornino al centro del dibattito politico. Stiamo veramente aspettando che la politica si svegli e torni a parlare del lavoro». E poi allargando la visuale sul panorama nazionale, Landini ha lanciato un allarme: «È il più grande attacco ai diritti del lavoro e alla Costituzione. A giugno ci avevano detto per lo stabilimento di Pomigliano che si trattava di un caso isolato. Così non è stato. La Fiat calpesta la legge nazionale per imporre la propria: si rifiuta di reintegrare questi due operai non ottemperando alla decisione del giudice e oggi non li fa entrare in fabbrica neppure per esplicare il loro ruolo di sindacalisti. Si tratta di una logica pericolosa - continua -: l'azienda vuole abrogare il diritto allo sciopero, ridurre da 40 a 30 minuti la pausa per chi lavora alla catena di montaggio, decidere di non pagare i primi tre giorni di malattia se ritiene che il dipendente superi una percentuale di assenze il cui tetto è deciso da chi dirige».

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