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Pescara, 18/04/2026
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Data: 10/09/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Finiani, addio morbido: sì a Febbo vice di Chiodi». Roberto Petri, uomo ombra di La Russa, parla di cose d'Abruzzo: troppi contatti politica-affari

PESCARA - Prima o poi il momento di parlare arriva per tutti, si capisce. E arriva quando il momento è difficile e la squadra vacilla e gli amici se ne vanno e all'orizzonte chissà. Uscire dall'ombra è una scommessa sul futuro dell'Abruzzo e del Pdl e un po' anche del suo, per lui che alla ribalta aveva preferito l'ombra e le retrovie, il dietro le quinte dei ministeri e delle segreterie politiche. Da lì guardava l'Abruzzo, dal suo ufficio di Roma per ascoltare i racconti dei mille e più che si accalcano ogni settimana davanti alla sua porta. Oppure qualche volta di sabato dalla sua finestra di Pescara: anche lì chilometri di fila. Potente, potentissimo Roberto Petri, capo della segreteria del ministro La Russa e uno dei nove garanti del patrimonio della Destra italiana, una famiglia unita e compatta a Pescara, fondatore nel 1971 del Fronte della gioventù. Potente forse solo un gradino meno di Gianni Letta al quale contrappone però riservatezza e ritrosia, poche foto pochissime apparizioni, poche e centellinate parole. Da lui è passato Gianni Chiodi il 18 luglio del 2008 per cercare la benedizione alla candidatura, a lui manda ancora i "pizzini" Remo Gaspari per aiutare questo o quello, da lui passano tutti quando vanno a Roma.
Ecco, è il momento di parlare. I finiani innanzitutto. E poi il riassetto della giunta regionale, non risparmia bastonate a qualche amico, censure e bocciature. Petri parla, «mi sta troppo a cuore la mia terra» dice e la sensazione è che questo sia solo l'inizio. Di un nuovo e più diretto impegno. «Intanto vorrei dire con molta franchezza che è stato Fini ad abbandonare progressivamente le posizioni culturali della destra politica - dice Roberto Petri dal suo ufficio di Roma - Tanti sono stati i passaggi che hanno determinato nel tempo l'abbandono del suo popolo. Penso agli interventi sulla cittadinanza, sull'immigrazione clandestina, sulle coppie di fatto arrivando addirittura ad ipotizzare le nozze gay, ricordo quando propose l'inserimento del Corano nelle scuole. Il suo laicismo esasperato ha finito per allontanarlo da tutti i nostri valori. Io sono un difensore della legalità e delle istituzioni ma a Fini dico che questi valori prima di essere predicati devono essere praticati. Perchè dubbi sull'immobile di Montecarlo ci sono. Almirante e Tatarella si rivolterebbero nella tomba».
E a questo punto cosa dovrebbero fare i finiani in Abruzzo, cosa deve fare Chiodi?
«Credo che in Abruzzo ci si debba attenere a una grande prudenza. Io cerco di essere vicino alla mia terra: l'Abruzzo è una regione terremotata, e terremotata due volte: in un anno e mezzo sono state azzerate la classe dirigente della Regione e del più grande Comune e poi si è verificato il sisma del 6 aprile. In queste condizioni la regione vive ancora una situazione di grave emergenza e di conseguenza la classe politica deve dimostrare prudenza, equilibrio, saggezza e buonsenso. Secondo me la diaspora finiana deve avere il minore impatto possibile sulla scena regionale».
Cosa significa?
«Significa che Castiglione dovrebbe sicuramente lasciare l'incarico di vice presidente della Regione, ma avrei riserve a dire che debba lasciare anche le deleghe. Immagino al suo posto, al posto di vice presidente, un valido esponente della destra che ha tutte le carte in regola per assumere questo incarico: e penso a Mauro Febbo».
Dottor Petri, se Nino Sospiri fosse ancora vivo con chi starebbe: con Fini o con Berlusconi?
«Nino era un uomo rigoroso nell'etica e intransigente culturalmente. Lui sarebbe rimasto nell'ambito della cultura della Destra. E d'altronde tutti quelli che vengono da quella storia oggi stanno con Berlusconi. Anche in Abruzzo. Penso a Di Stefano che ho visto muoversi in modo egregio mantenendo compatta tutta la comunità e contribuendo a far eleggere quattro sindaci che vengono dalla destra politica».
Nessun appunto da fargli?
«A lui consiglierei di tenere più a freno un giovane rampante, gli suggerireri di raccomandargli che non è il caso di sgomitare». Chiaro il riferimento a Lorenzo Sospiri.
E alle ipotesi di rimpasto in giunta regionale allargato agli aquilani?
«Direi a Gianfranco Giuliante di non guardare in questo momento a interessi di carattere personale».
Il Pdl in Abruzzo viene gestito dal ticket Piccone-Di Stefano, che si sono divisi il territorio: Marsica a uno il Chietino all'altro. Funziona secondo lei?
«Diciamo che questo è stato un passaggio fisiologico per una forza politica nata da poco e che in Abruzzo ha sfiorato il 40 per cento: in Abruzzo il Pdl ha vinto le elezioni a Pescara, a Chieti a Teramo. E' una fase transitoria, chiaro che bisogna arrivare ad assetti più solidi e definitivi».
In quali tempi?
«Se non fosse scoppiato il caso-Fini si sarebbe aperta la stagione congressuale almeno per i livelli comunali e provinciali e il processo di rinnovamento avrebbe subito un'accelerazione. Ovvio che adesso ci sia un rallentamento. Ma questa ambiguità e ipocrisia di Fini lascia il tempo che trova. Non si può continuare ad avere incarichi in un partito politico non condividendone più i valori».
Si riferisce anche all'Abruzzo?
«Quello che ho detto vale a Roma e vale per l'Abruzzo. Quindi anche per Castiglione. Dovrebbe lasciare subito».
Cosa pensa della commistione tra affari e politica, degli incarichi ai colleghi di studio di Chiodi e tutto il resto?
«Questi eccessi di vicinanza tra politica e affari sono stati accentuati soprattutto dalla legge elettorale che ha allontanato l'elettore dall'eletto. Eletto che ascolta poco il giudizio della gente e che crede di investire nella politica come fosse una professione. A tutti loro dico che bisogna ritrovare il senso dello Stato e delle istituzioni».

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