ROMA Una riforma da realizzare in accordo con le parti sociali, che però non va confusa con «il mito della magica riduzione delle tasse». Giulio Tremonti torna a parlare di fisco alla scuola di formazione politica di Gubbio (un'iniziativa del Pdl promossa da Sandro Bondi). E lo fa con la consueta prudenza, ripetendo che «non si può fare sviluppo con il deficit». La parola d'ordine è rigore, ma anche responsabilità, sul modello di quanto avviene all'estero. «Facciamo una politica di responsabilità - esorta il ministro rivolgendosi implicitamente anche all'opposizione - tutti dobbiamo fare una politica di contenimento dei conti pubblici».
Dunque la riforma fiscale si farà, secondo quel percorso di ampia consultazione già annunciato più volte a partire dall'inizio dell'anno, ma avrà come obiettivo più la semplificazione del sistema che un calo generalizzato delle aliquote. E di questo disegno fa parte anche il federalismo «equo e solidale», che è «l'unico modo per tenere insieme questo Paese».
Tremonti però ci tiene anche a difendere il governo dall'accusa opposta, quella di aver invece aumentato le imposte. La pressione fiscale, a suo parere, è cresciuta solo perché è diminuito il Pil, cioè il numero che sta al denominatore di questo rapporto (la pressione fiscale è data dal complesso delle entrate tributarie e contributive diviso il prodotto interno lordo). Quindi si tratterebbe solo di un effetto statistico: «Noi - puntualizza il ministro parlando dell'operato dell'esecutivo - non abbiamo mai aumentato una tassa, un'aliquota, non abbiamo mai inventato una tassa, come invece qualcuno ha fatto con grande successo di pubblico e di critica». Il riferimento è evidentemente all'Irap, introdotta nel 1997 dal centro-sinistra in sostituzione di una serie di imposte e contributi già esistenti.
Il ministro ha poi toccato alcuni dei temi su cui sta insistendo in queste settimane. A partire dalle difficoltà che il nostro Paese incontra nel competere sui mercati internazionali, anche a causa delle ridotte dimensioni delle nostre aziende. Il modello è quello degli altri grandi Paesi europei. «La Germania ha massa critica, noi un po' l'abbiamo persa con le privatizzazioni» ha osservato Tremonti, domandandosi poi: «Perché si è fatto lo spezzatino dell'Enel, a chi conveniva? Certo no ai consumatori. In Francia c'è un gigante e noi abbiamo spezzatino. Certo, anche da noi ci sono i grandi gruppi, ci sono quelli dello Stato, ce ne sono anche di privati che però non sono stati oggetto delle occhiute attenzione dei privati».
Le dimensioni ridotte delle imprese si traducono in frantumazione quando si tratta di andare all'estero: «Dobbiamo concentrare la presenza italiana all'estero, concentrare in un'unica struttura, abbiamo tanti ministeri. Non puoi avere mille imprese che vanno all'estero e 10 o 15 soggetti che si agitano a loro volta».
Non mancano poi altre stoccate. Una è diretta agli enti locali, accusati di ritardare la realizzazione delle infrastrutture, chiedendo opere compensative in cambio del proprio via libera ai progetti. «Ormai la conferenza dei servizi è il luogo dove si sviluppa il bancomat per i Comuni - spiega il ministro - perché non c'è amministrazione che non chieda le compensative, perché se non porti a casa almeno una rotonda o una piscina passi per un pirla». Un'altra riguarda l'eccesso di regolamentazione, che il governo ha tentato di affrontare anche con alcune norme inserite nella manovra estiva: «Il divieto dovrebbe essere l'eccezione, dobbiamo finirla con i chilometri di Gazzette Ufficiali»
Infine l'energia atomica: «Dobbiamo fare il nucleare, non possiamo andare avanti con i mulini a vento. Noi tutta l'energia la importiamo e la paghiamo come caviale allora capisci che siamo indietro sul Pil».