ROMA - L'equilibrio è difficile, ma a Silvio Berlusconi non sono mai piaciute le cose facili e quindi, malgrado le perplessità di molti dei suoi collaboratori, prova a governare riaprendo la campagna elettorale. Una strategia binaria che lascia interdetti molti di coloro che stanno trattando sul noto e spinoso tema dello scudo giudiziario e che non accontenta la pattuglia dei "falchi" che avrebbero voluto si consumasse, sul processo breve, una rottura con co-fondatore e Colle per andare subito al voto.
E così, mentre cerca in aula i numeri per dimostrare a Fini e Bossi di essere autosufficiente blandendo anche i siciliani di Lombardo, il Cavaliere sponsorizza più o meno sottobanco sia il progetto di Miccichè di sganciarsi dal Pdl siciliano sia l'idea di un manipolo di transfughi dell'Udc di costituire un nuovo partito al quale ha già promesso visibilità e finanziamenti. Poco importa, al premier, se il Pdl rischia una sorta di balcanizzazione, visto che fortissime tensioni ci sono non solo in Sicilia ma anche in Toscana, Campania e Abruzzo. Poco importa se alla fine vittime dell'intraprendenza di Miccichè continuano ad essere gli amici siciliani del presidente del Senato Renato Schifani il quale, Costituzione alla mano, in caso di crisi di governo dovrà dire la sua al Capo dello Stato, insieme al collega della Camera che continua a subire poco benevoli attenzioni da parte del Cavaliere.
Il rischio di tornare un po' al modello del '94, quando il Cavaliere si presentò al Nord con la Lega e al centrosud con An, non sembra preoccuparlo anche perché nella strategia da marketing-politico del premier sono pronti i "cloni" in caso di voto: la destra di Storace rimpiazzerà quella di Fini e un pattuglione di ex Dc, pronti a fondare un partito, sostituirà nell'offerta politica, l'Udc di Casini.
Nella strategia apparentemente ambigua del presidente del Consiglio solo un paio di punti paiono certi: la voglia di annientare Fini e l'intenzione di dotarsi di uno scudo giudiziario. La difficoltà a spuntare contemporaneamente tutte e due le cose, costringe il premier al doppio binario: a salire sul palco da campagna elettorale issato a Taormina da Francesco Storace, a parlare ad un paio di congressi di nascenti partiti dallo zero-virgola e a sostenere contemporaneamente che «la legislatura arriverà sino al 2013».
Se è vero che la «legislatura è ormai sfregiata», come sostiene il berlusconiano Mario Valducci, per «la dissennata operazione di Fini», è difficile ipotizzare che dalla tregua si passi ad un armistizio. Anche perché se l'intesa sul lodo costituzionale è ad un passo - e questa settimana Ghedini e Bongiorno, dovrebbero "sistemare" anche il testo depositato in Senato - ancora tutta da scrivere l'intesa sul provvedimento che dovrebbe mettere il premier al riparo dalla possibile bocciatura del legittimo impedimento da parte della Consulta.
Tutto dipenderà dal discorso che il premier farà il 29, giorno del suo compleanno, in aula. Tutto dipenderà da come saranno coniugati gli ormai famosi cinque punti illustrati un mese fa dal presidente del Consiglio. Ovvero se, per esempio, sulla giustizia ci si limiterà all'elenco delle cose da fare, o si entrerà nel dettaglio dei provvedimenti. Ovvero se il Cavaliere vorrà impostare un discorso di sfida alla sua maggioranza e ai suoi alleati, o se invece si limiterà ad un nota elencazione di cose da fare. Questa sera il Cavaliere potrebbe anticipare qualcosa ad un gruppo di imprenditori che vedrà a cena a villa Gernetto.
L'uso della "rastrelliera" per arrivare a 316, che poco piace alla Lega, fa pensare che per il momento il premier conterrà i toni da sfida, ma l'appuntamento rischia di essere solo rimandato. Specie se le ripetute uscite di questi giorni in tv muoveranno i sondaggi commissionati dal Cavaliere e amplieranno al Senato la forbice dal Pd squassato dalla sortita dello già sconfitto Veltroni.