PESCARA - Un fiume in piena. Così poteva essere definita l'ex assessore regionale Daniela Stati nel corso delle circa tre ore che ha passato venerdì scorso, rispondendo alle domande del pool di magistrati che indagano sull'affare-inceneritore.
L'ex esponente del Pdl, completamente abbandonata dai vertici del suo partito all'indomani del suo coinvolgimento nell'inchiesta aquilana sulla ricostruzione del dopo-terremoto, come lei stessa ha sottolineato nelle interviste rilasciate, non soltanto avrebbe confermato le accuse con le quali il procuratore Trifuoggi e i sostituti Mantini e Varone hanno fatto arrestare l'assessore regionale alla sanità Lanfranco Venturoni e l'imprenditore Rodolfo Di Zio e indagato, sempre per corruzione, i senatori Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano e il sindaco di Teramo Maurizio Brucchi, ma avrebbe anche vuotato il sacco sull'altro coordinatore regionale, l'onorevole Filippo Piccone che non è attualmente indagato.
L'attacco mediatico di Piccone (durissimo e valutato come fuori luogo, fuori misura e strumentale), fatto ai magistrati che conducono l'inchiesta, letto alla luce delle dichiarazioni che avrebbe rilasciato la Stati mostrerebbe una sua logica. Fino ad ora la presenza di Piccone nell'ordinanza di arresti era relativa al suo "blando" interessamento finalizzato ad ottenere il placet per la costruzione del secondo inceneritore, da realizzarsi nel suo territorio e addirittura sul suo terreno dell'ex zuccherificio, anche se formalmente intestato ad una società, la "Rivalutazione Trara srl" amministrata dal padre Ermanno.
Dalla lettura delle carte processuali la posizione di Piccone sembra troppo arrendevole di fronte agli interessi del suo collega Tancredi e di Venturoni, che volevano l'impianto nel Teramano (al riguardo Venturoni riferisce di aver incontrato a Roma Tancredi e Piccone proprio per parlare dell'inopportunità di realizzare il secondo inceneritore). Troppo rinunciatario, rispetto a quell'affare da decine di milioni di euro. E la Stati potrebbe aver meglio chiarito le intenzioni di Piccone al riguardo, visto che fino ad ieri nessuno sapeva, forse, a che punto era l'iter di questo secondo inceneritore e quali assicurazioni l'onorevole potrebbe aver ottenuto, magari dai vertici nazionali del suo partito. Un discorso che calza a pennello con il quadro che la Stati avrebbe disegnato sugli equilibri interni al Pdl e sui referenti nazionali dei due più importanti politici abruzzesi, appunto Piccone e Tancredi che, insieme a Di Stefano e Chiodi «sono quelli che comandano in Abruzzo» come dice Di Zio. Un interesse forte dei vertici nazionali del Pdl per l'Abruzzo, ritenuto un serbatoio troppo importante di fondi per il partito.
Già dall'inchiesta sullo scandalo della sanità era emerso che parte dei fondi "raccolti" sul territorio (in quel caso provenienti dalla maxi tangente da 15 milioni di euro pagata dall'imprenditore Vincenzo Angelini), finissero in parte a Roma. «Mio marito porta i soldi a Cicchitto» aveva detto la moglie del parlamentare Pdl Sabatino Aracu, facendo finire il coordinatore nazionale del partito sotto inchiesta: la sua posizione fu poi archiviata per mancanza di riscontri. Ma anche in questa inchiesta sull'inceneritore sarebbe emerso che i contributi elettorali elargiti da Di Zio sotto indicazione del senatore Di Stefano (tutti regolarmente registrati in uscita e in entrata, ma comunque considerati dalla Procura come tangenti) sarebbero finiti nelle casse del partito romano per poi essere ridistribuiti sul territorio. E non è forse un caso che Quagliariello, nel mirino della Stati più di ogni altro dal punto di vista politico, abbia deciso di cambiare sede alla Fondazione Magna Carta e di trasferirla a Celano, territorio sotto il controllo del suo protetto Piccone. Di questo e di tanto altro potrebbe aver parlato la Stati ai magistrati, non limitandosi dunque a togliersi qualche sassolino dalle scarpe per come è stata mal...trattata dal suo partito, ma mettendo a conoscenza del pool il "sistema Pdl".