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Pescara, 18/04/2026
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Data: 01/10/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Chiodi: «L'accusa di Forte mi deprime e amareggia». Il presidente replica all'arcivescovo. «L'inchiesta? Troppe sviste»

TERAMO. «Mi deprimono certe forzature». Il presidente Gianni Chiodi, tornato nella sua Teramo, sceglie gli studi dell'emittente locale Teleponte per rispondere a distanza alle accuse lanciate dall'arcivescovo della diocesi di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte. «Siamo disgustati da questa politica, sta dando uno spettacolo vergognoso», aveva detto Forte durante un'omelia, segnando un chiaro punto di rottura tra chiesa e classe politica regionale, una frattura mai esternata in precedenza, nemmeno dopo la Sanitopoli del luglio 2008. Dal canto suo il governatore non nasconde lo stupore per l'uscita dell'arcivescovo e gli risponde a tono.
«Se la Procura fa certe azioni ci può stare, se le fa la stampa per vendere più copie ci può stare», spiega Chiodi, «ma se le fa la chiesa, che è sempre molto prudente e usa di solito il discernimento, la cosa mi deprime e mi amareggia, perchè anche la chiesa è stata oggetto di violenti attacchi e sa che significa essere al centro di una condanna che generalizza».
Chiodi poi aggiunge: «Non so perchè Forte l'abbia fatto», e il discorso da lì vira verso l'inevitabile argomento del momento, cioè l'arresto dell'assessore regionale alla Sanità, Lanfranco Venturoni, e la cosiddetta rifiutopoli. «Sono sicuro della sua innocenza», ribadisce ancora una volta, «non solo perchè lo conosco ma anche perchè ho fiducia nella magistratura».
Una fiducia che non cancella, però, nelle parole del governatore l'amarezza per le sviste e per le leggerezza che sembrano emergere dalle indagini. «Secondo me è impossibile confondere in un'inchiesta le cifre in euro con quelle in lire», spiega Chiodi riferendosi alla presunta somma pagata da Venturoni per acquistare gli uffici della Team dall'ex patron del Teramo calcio Romano Malavolta junior, «se si sbagliano queste cose vuol dire che c'è qualche problema, quanto meno di approssimazione, soprattutto perchè sono cose facilmente verificabili. In certe cose ci vuole estrema prudenza perchè ne va di mezzo la rispettabilità delle persone. Ma io, lo ribadisco, ho un grande rispetto per la magistratura».
Sicuro che la vicenda giudiziaria si concluderà senza conseguenze, Chiodi ribadisce la sua volontà di non dimettersi ma anzi di voler continuare con l'attività di risanamento della Regione, «riconosciuta anche dalla stampa nazionale di sinistra», ma aggiunge: «È chiaro che se i fatti venissero accertati con una condanna ci sarebbero delle conseguenze politiche».
Poi il presidente sollecitato a rispondere sulla discussa figura dell'imprenditore Rodolfo Di Zio, già condannato in passato per vicende simili, ammette di non conoscere tutti i suoi trascorsi con la giustizia e lo dipinge quasi come un male necessario, visto il suo indiscusso monopolio nel trattamento dei rifiuti in Abruzzo. «È lui quello che fa queste cose in regione», aggiunge, «ma questo non prova nulla».
Poi Chiodi guarda avanti, cioè all'emergenza rifiuti che potrebbe prospettarsi nel giro di pochi mesi in regione, e lancia la sua proposta. «Sto pensando di entrare nel campo dell'energia e quindi anche del recupero energetico con i rifiuti con una società pubblica», annuncia, «è stata già individuata una società della Regione che finora non ha fatto niente e potrebbe essere usata proprio a questo scopo».

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