Il dramma del traffico della nuova L'Aquila è dovuto quasi esclusivamente alle rotonde che hanno invaso la nostra città terremotata insieme all'esercito, la Protezione civile, eccetera. Alcuni di questi mali sono irrimediabili, le rotonde (o rotatorie) sono invece il risultato dei soliti dilettanti allo sbaraglio. Nel raggio di uno o due chilometri dall'abitato di Coppito se ne contano a decine di dimensioni diverse e qualcuna è anche in costruzione. Non ci vuole un esperto di traffico per capire che queste rotonde sono progettate male e anche qui è una questione culturale. Mi ricordo perfettamente che su un numero di «Discover» del 2001 c'era un articolo sulle rotatorie che si apriva con la magnifica foto della rotatoria che è attorno all'Arc de Triomphe a Parigi e da questa foto si vedevano le regole principali cui devono obbedire i progettisti, ad esempio che la rotatoria deve essere sufficientemente larga per permettere almeno due corsie. Diversamente la rotatoria diventa un ostacolo al traffico. La mancanza di programmazione ha fatto sì che scomparissero tutti i semafori a favore delle rotatorie e anche questo è un chiaro segno di incompetenza: infatti le due cose sono perfettamente compatibili a seconda delle situazioni di traffico.
Le rotatorie non sono il solo segno di incapacità progettuale, infatti la rivoluzione del traffico non è iniziata in estate quando le strade erano deserte ma è invece arrivata con la riapertura delle scuole per cui i cantieri si sono sommati alle incoscienti variazioni di traffico. I cantieri su alcune strade chiuse (vedi Pile) sono invece scarsamente frequentati dagli operai e queste strade sarebbero cruciali per accelerare il traffico. Forse una volta tanto si dovrebbero conoscere i nomi e cognomi dei geni che hanno progettato queste opere e di chi le ha approvate. I cittadini potrebbero suggerirgli delle letture appropriate per farsi un minimo di cultura. Intanto però la nostra Accademia (leggi Università) organizza convegni sulla città del futuro immaginando quelle di Flash Gordon che magari si trasformano in quelle di Philip Dick. Anche in questo caso è una questione di cultura perché se uno guarda in giro per il mondo non ci sono città del futuro se non favelas, accampamenti di poveri cristi e via discorrendo. Ma anche questo fa parte del distacco che esiste fra la cultura del professore universitario e la vita di tutti i giorni. Cioè la realtà va gestita da chi è in grado di farlo.
L'Accademia ci porta ad un altro aspetto divertente di questa città, e cioè come procede l'Università. Nella sede di Coppito esiste una mensa universitaria inaugurata con tanto di monumento solo pochi anni fa, ovviamente danneggiata dal terremoto in edifico B. Da allora non è successo niente se non che nel parcheggio antistante viene ora costruita una mensa prefabbricata. Questo è qualcosa di più di uno sbaglio di dilettanti, ci si domanda infatti quanti soldi si spenderanno per il prefabbricato e quanti se se sarebbero spesi per riparare l'edificio B. Ma le storie che riguardano le Università sono infinite, create peraltro da persone incapaci di gestire qualunque conto della spesa o montare una tenda come sono generalmente i docenti universitari. Non sempre si hanno esempi negativi. Così a Chieti il villaggio olimpico è stato costruito a due passi dall'Università per poi essere utilizzato anche dagli studenti. Invece a L'Aquila questo lo fa la Curia mentre l'Università pubblica va a urbanizzare una magnifica zona di campagna a qualche chilometro dall'ateneo. Adesso abbiamo capito dove si originano le lacune culturali che danno luogo a rotatorie sbagliate e città del futuro che somigliamo sempre più a delle prigioni.
(*) Docente di fisica Università dell'Aquila