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Pescara, 18/04/2026
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Data: 06/10/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Abruzzo. I dieci anni neri che ci riportano a sud. I dati raccolti dalla Cgil certificano la fine di un miracolo. La parabola di una regione che ha bruciato 7 punti di pil e trentamila posti

Guidano la recessione Teramo e Pescara, le ex locomotive

L'Abruzzo è in affanno. Lo è rispetto all'Europa, rispetto al nord Italia e, forse, anche rispetto al meglio del meridione. A disegnare un quadro completo di dieci anni di arretramento è stata la Cgil che ieri, durante l'incontro organizzato dal sindacato, "L'Abruzzo, prima regione del Mezzogiorno?", ha illustrato, per bocca del segretario di Pescara Paolo Castellucci, i dati che certificano una profonda creisi economica e sociale. Numeri che impongono una riflessione politica-sociale perché l'Abruzzo, secondo l'ultimo rapporto dell' Istat, ha chiuso il 2009 con un decremento reale del pil del 7 per cento, due punti in più della media italiana, aggiudicandosi la maglia nera nel nostro Paese. Tutte le province registrano dati negativi ma, il più drammatico, è che a soffrire sono proprio le vocazioni delle nostre aree regionali. A Teramo il settore tessile, suo punto d'orgoglio, è sceso del 15,6 per cento mentre, a Pescara, la locomotiva edilizia è ferma. A ciò va aggiunto che l'export abruzzese ha fatto registrare una pesante battuta d'arresto con un meno 32 per cento, contro il dato medio nazionale del meno 21. Tutto questo si traduce in crisi occupazionale e i più colpiti sono soprattutto i giovani e le donne. In due anni sono stati persi in totale 33mila posti di lavoro, la disoccupazione femminile si attesta al 32,6 per cento mentre, quella giovanile, al 24. L'occupazione femminile, però, resta davvero un punto critico soprattutto nella provincia di Pescara, dove il tasso di attività è passato da 50,8 a 43,7. Una situazione che ha portato ad una profonda sfiducia nel futuro e nella ricerca stessa del lavoro: sono 2000 le donne in meno in cerca di occupazione.
Non meno preoccupante, poi, il tasso di disoccupazione totale in Abruzzo, passato da 7,6 nel 2009 a 9,1 nel 2010. E la crisi non ha risparmiato alcun settore: il commercio, persi 500 posti negli ultimi due anni; le comunicazioni, meno 180 posti in soli tre mesi; l'industria, da gennaio ad oggi si contano 1000 lavoratori in meno; il pubblico, 600 precari Asl sono tornati a casa e, negli enti locali, oltre 200 nell'ultimo anno; e la scuola, dove i tagli della riforma Gelmini hanno portato a 369 occupati in meno. Va da sé che l'indice di povertà regionale è aumentato e le famiglie che vivono al di sotto della soglia di sopravvivenza sono ad oggi oltre il 15 per cento mentre, nel 2005, erano l'11,8. Solo a Pescara, dal 2007 al 2009 sono aumentate del 40 per cento le persone che si sono rivolte ai centri Caritas e il picco riguarda soprattutto donne fra i 36 e i 45 anni. Non certo una situazione facile, a farne le spese è la salute. Secondo l'Istat, infatti, nella nostra regione le persone che soffrono di malattie croniche sono 148,2 su mille, dieci punti in più rispetto al dato Italia; il consumo di farmaci antipsicotici e alcol è aumentato dal 2000 al 2008 di quasi il 70 per cento, peggio solo di Campania e Sicilia. «Tutte le famiglie italiane sono state colpite dalla crisi - ha concluso Castellucci - eppure, quelle con a capo un lavoratore dipendente hanno accumulato una perdita di reddito maggiore di quelle dei liberi professionisti».

Il patto di Castiglione: risorse e responsabilità
La ricetta dell'assessore e regionale e la riposta di industriali e artigiani: liquidità per le imprese

Alla luce dei dati illustrati da Castelucci, gli ospiti intervenuti all'incontro "L'Abruzzo - Prima regione del Mezzogiorno?" hanno cercato di dare il loro contributo alla discussione, illustrando luci e ombre di un rischioso processo di re-meridionalizzazione. Senza disconoscere le responsabilità della politica, «avvitatasi nel clientelismo e nel presidio dei territori», e le difficoltà congiunturali, Alfredo Castiglione, assessore allo Sviluppo economico della Regione, ha dichiarato che «chiunque ami questa terra deve voler cambiare pagina e le risorse a disposizione per farlo non mancano». Due i canali principali: lo start up delle imprese (già stanziati 9 milioni) e la riforma dei confidi. «Il patto per la riforma del sistema Abruzzo passa attraverso la responsabilità sociale, la lotta alla marginalità e lo snellimento della burocrazia», ha concluso Castiglione. Il presidente della Provincia, Guerino Testa, è convinto che non c'è possibilità di sviluppo senza chiare assunzioni di responsabilità. «Gli enti locali oggi hanno provviste finanziarie ridotte all'osso - ha detto Testa - e il problema è acuito da una costante richiesta di servizi: bisogna fissare due o tre obiettivi da raggiungere oltre i quali, però, non si può andare». Per il presidente dell'Unione industriali di Pescara, Enrico Marramiero, invece, la soluzione per uscire dalla crisi è chiara: «Bisogna dichiarare guerra agli sprechi - ha detto -, tornare ad investire e puntare sulle riforme a costo zero». Investire soprattutto nelle infrastrutture, porto e aeroporto, che sono «la vera vocazione dell'Abruzzo», secondo Marramiero, che ha aggiunto: «In quest'ottica, la sburocratizzazione è fondamentale: la situazione è difficile ma bisogna puntare sulle riforme e noi, come imprese, ci stiamo attrezzando». E anche secondo Graziano Di Costanzo, direttore regionale della Cna, è una burocrazia troppo ingombrante il primo elemento di freno per la nostra economia. Economia di una terra, spiega, «che ha conosciuto tassi di crescita molto alti, diventando la prima regione in Europa ad uscire dalle regioni a ritardo sviluppo, ma che non ha saputo vivere senza incentivi statali». «Per risalire la china adesso serve un'iniezione di liquidità - ha detto ancora Di Costanzo -. Le imprese ne hanno bisogno e le banche devono tendergli la mano, aiutare i consorzi fidi più patrimonializzati e avviare un processo di modernizzazione. Il tutto in tempi certi». Ma qualunque sia la ricetta più efficace, l'unica cosa certa è che non può prescindere dalla ricostruzione del capoluogo della nostra regione: «Senza L'Aquila non c'è l'Abruzzo», ha concluso Gianni Di Cesare, segretario regionale Cgil.

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