SI È ABBONDANTEMENTE superato il livello di guardia. Contro la Cisl e i suoi dirigenti è in atto un'allarmante permanente aggressione. Quella di ieri, contro la sede nazionale qui a Roma, in via Po, anche se, naturalmente, ha una particolare valenza simbolica, è solo l'ultima in ordine di tempo. A chi ha i compiti istituzionali chiediamo di vigilare, di non sottovalutare, di agire perché la malapianta della violenza sia sradicata quanto prima.
Voglio rinnovare a Raffaele Bonanni, a tutti i dirigenti e iscritti della Cisl la mia sincera e totale solidarietà.
Il Paese è ancora immerso nella crisi economica. Centinaia di migliaia di posti di lavoro sono stati già persi. E le previsioni per l'occupazione restano fosche. Ma la crisi non è intervenuta su un tessuto produttivo forte ed indenne da difficoltà ed incrostazioni. Se prima sempre meno imprese internazionali venivano ad investire da noi, oggi sono le imprese italiane ad andare ad investire fuori.
C'è uno spettro che si aggira sull'Italia e si chiama desertificazione industriale. Da troppi anni registriamo bassissimi incrementi di Pil (la crisi, poi, ci ha fatto sprofondare a livelli negativi), produttività e livello dei salari ristagnano. Già nel 1998 la commissione guidata da Gino Giugni concludeva i suoi lavori sollecitando una rapida riforma della contrattazione: Giugni e gli esperti che parteciparono a quell'esperienza non ebbero dubbi nell'indicare la strada della contrattazione cosiddetta di secondo livello come quella adatta a favorire migliori relazioni nelle aziende e, di conseguenza, crescita della capacità produttiva e difesa del lavoro. Da allora sono dovuti trascorrere dieci anni perchè questa revisione divenisse realtà. Purtroppo le organizzazioni dei lavoratori non sono arrivate unite all'appuntamento. Ma la scelta di Cisl e Uil che hanno fatto proprie quelle indicazioni e voluto l'accordo con gli imprenditori si è dimostrata giusta se è vero, come è vero, che in tutti i settori si stanno rinnovando unitariamente i contratti.
Non credo di sbagliare se leggo, nel dibattito nella Cgil, che fu contraria a quell'intesa, una riflessione nuova. E questo è un fatto di rilievo perché può configurare la possibile ripresa del dialogo unitario. Serve un'unità non come omaggio alla storia o al passato, ma un'unità convinta e determinata nell'affrontare le nuove questioni che si pongono al mondo del lavoro con coraggio e spirito riformista. Un'unità, infine, che saprà essere saldo baluardo contro ogni tentazione e tentativo di bloccare i processi di riforma e contro la follia di quanti pensano di ricorrere alla violenza ed all'intimidazione, rischiando di ritrascinare l'Italia indietro negli anni e nel buio.