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Pescara, 18/04/2026
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Data: 08/10/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Federalismo fiscale, varato il decreto. Bossi esulta: «E' fatta al 90%». Fini: «Bisogna vedere se penalizza il Mezzogiorno»

«E ora la delega sul Fisco» Varate a sorpresa anche le norme sui costi standard della Sanità

ROMA. Una vittoria per la Lega, che ottiene l'ultimo tassello del federalismo fiscale, un pensiero in meno per Berlusconi, che attua il primo dei cinque punti programmatici, dubbi per Gianfranco Fini che sospende il giudizio. E Tremonti annuncia: ora delega sul Fisco.
Il governo vara lo schema di decreto legislativo sul federalismo fiscale per Regioni e Province. A sorpresa contiene anche la soluzione per «i costi standard della Sanità», vale a dire le norme che permetteranno di equiparare su tutto il territorio nazionale l'assistenza fornita.
Quest'ultimo punto è quello che scatena la reazione delle Regioni che si aspettavano almeno un'altra settimana di incontri. Si è deciso che si prenderanno a modello tre Regioni virtuose su una rosa di cinque e sulla base di queste si sceglieranno le cifre.
«Voglio vedere i decreti - dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini - perché il diavolo si nasconde nei dettagli e questa riforma può rilanciare o essere la tomba del Mezzogiorno». «Il 90% è fatto», dice invece Umberto Bossi. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, è su tutt'altra posizione. Si presenta ai giornalisti con un ministro del Sud, Fitto, Pdl, Affari regionali, e uno del Nord, Calderoli, Lega, Semplificazione.
«Quello che abbiamo approvato - dice il ministro dell'Economia - è un meccanismo che unisce e non che divide. Con il federalismo si raddrizza l'albero storto della finanza pubblica. Il nostro obiettivo fondamentale è non aumentare la pressione fiscale generale». E annuncia che sulla riforma del Fisco il governo chiederà un delega.
Ma che qualcosa cambi è possibile. Lo ammette lo stesso Calderoli che parla di «leggeri aggravi per le fasce di reddito medio-alte». E qui vale la pena di dare un'occhiata ad alcune delle misure, in particolare quella che prevede la possibilità per le Regioni, a partire dal 2013, di aumentare l'addizionale Irpef fino a un massimo, nel 2015, del 3%. «Con l'esclusione delle prime due aliquote Irpef». Per le altre, invece, l'addizionale peserà. L'Irpef pesa sulla cancellazione di un'altra tassa che da tempo deve scomparire: l'Irap. Le Regioni potranno ridurla fino ad azzerarla, ma solo a patto che non abbiano aumentato di oltre lo 0,5% l'Irpef. Vale a dire che la potranno tagliare soprattutto le Regioni virtuose, con il rischio che per il Sud il mantenimento dell'Irap si trasformi in una «tassa di svantaggio». Ma in mancanza di un testo definitivo delle norme varate (che ora dovranno passare al vaglio delle commissioni parlamentari) su questo punto non c'è chiarezza. C'è anche chi prevede che la possibilità di aumentare l'Irpef sia data solo alle Regioni che tagliano l'Irap. Le vere novità contenute nel provvedimento varato ieri a Palazzo Chigi riguardano l'imposta sul valore aggiunto. I soldi veri arriveranno di lì, sia come gettito diretto (compartecipazione), sia, dal 2014, come forma di finanziamento del «fondo di solidarietà perequativo per garantire in ogni Regione il finanziamento integrale per le spese di Sanità, istruzione, assistenza, e trasporto pubblico». Ma se fino al 2013 l'aliquota della compartecipazione «è calcolata in base alla normativa vigente al netto di quanto dato alle regioni a statuto speciale e delle risorse Ue» (circa il 45%) dal 2013 scatta il «principio di territorialità, quello che tiene conto del luogo di consumo».

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