ROMA - Le bandiere rosse sono così tante che piazza San Giovanni non può accoglierle tutte. Una scia colorata e immobile attraversa via Emanuele Filiberto, migliaia di persone che il palco non lo vedranno nemmeno da lontano. E' la coda, lunghissima, del doppio corteo della Fiom che nell'ultimo tratto è diventato uno solo. Sfilano ordinatamente, sfidando pioggia, fatica e allarmi della vigilia, la rabbia dei metalmeccanici, la frustrazione dei precari, le preoccupazioni degli studenti, l'amarezza degli immigrati, e diventano un unico e pacifico grido: diritti, democrazia e lavoro. E alla fine, dal palco, una nuova promessa di lotta: sciopero generale.
La manifestazione delle tute blu smentisce ogni previsione: nessun incidente, niente infiltrazioni, nemmeno un accenno di scontro, come temeva il ministro dell'Interno Maroni che aveva espresso tutte le sue ansie per una protesta considerata a rischio. Due cortei tagliano il centro di Roma, partono quasi in contemporanea intorno alle 14,20, uno da piazzale dei Partigiani e l'altro da piazza della Repubblica e all'altezza di via Merulana striscioni, slogan e ombrelli si mescolano senza nessun intoppo. E con disciplina, la folla, intorno alle 19, abbandona la piazza d'un solo colore accompagnata dalle parole di Epifani «Viva la Fiom, viva la Cgil». Per il segretario generale il discorso dal palco davanti a centinaia di migliaia di persone è una sfida e insieme un testamento. «Per me - dice - è un onore chiudere il mio mandato in questa piazza», il tre novembre lascerà la guida del sindacato a Susanna Camusso. E dice addio accogliendo gli umori della folla che lo aveva accolto al grido di "sciopero generale". E così sia, dice il segretario: «Il paese sta rotolando. Dopo la manifestazione del 27 senza risposte adeguate proseguiremo con lo sciopero generale».
Risponde alla piazza, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: «A Roma si è riunita un'Italia fortunatamente minoritaria, inadatta a governare, figlia ancora di vecchie ideologie del secolo scorso». Un'Italia anni Settanta, aggiunge, che si oppone al cambiamento.
Ad ascoltare gli slogan del corteo sembra davvero d'essere tornati a più di trent'anni fa. «Il potere deve essere operaio», sono gli studenti, i più giovani, a urlare le parole d'ordine di lotte passate, «è ora, è ora, potere a chi lavora», e le metalmeccaniche «sebben che siamo donne, paura non abbiamo...». I bersagli oggi sono pupazzi, quelli di Berlusconi, «la crisi per me non c'è», di Bossi «l'appetito vien mangiando», di Marchionne, «il dittatore dei lavoratori», e Bonanni, «infame maggiordomo», che vola per aria su finte banconote da 50 euro. I primi ad arrivare in piazza sono gli operai di Pomigliano, le tute blu di Termini Imerese e i tre metalmeccanici della Fiat licenziati e poi reintegrati da un giudice. E dietro di loro migliaia e migliaia di lavoratori, dai dipendenti dell'ex Eutelia (1.500 sono a rischio) con le maschere bianche e la scritta «scomparsi», alle infermiere «incazzate, ci hanno preso anche l'ultima goccia di sangue». Tanti, tantissimi, «contateci voi», dice il leader della Fiom, Maurizio Landini, dal palco. Un milione, azzarda qualcuno, «forse 300mila», ridimensionano altri. Cifre ufficiali gli organizzatori non ne danno. Ma tantissimi, «mai così tanti», è l'orgoglio della piazza. E adesso «il centrosinistra non può non confrontarsi con questa piazza che strappa il velo dell'affabulazione berlusconiana», Nichi Vendola, governatore della Puglia, raccoglie applausi e abbracci, per lui un'ovazione. Piazza d'altri tempi? «Ma se sono loro vogliono riportarci all'Ottocento. Inadeguato a governare è il Pdl». E tutta questa gente è qui per «dire basta al governo del malaffare e degli interessi personali», tuona il leader dell'Idv, Di Pietro.
«Noi siamo qui, manca solo il Pd», si legge su un cartello. «Già, perché non è in piazza»?, si chiede il senatore Pd Ignazio Marino che sfila con gli operai. No, il Pd c'è, «ed è qui, dove stanno i lavoratori», si sgola Fassina, responsabile economico del partito democratico.
Migliaia e migliaia di caschi rossi, lo indossa anche Alessandro Di Blasi, 8 anni, di Milano che sfila col suo papà Vincenzo, cassintegrato, tre figli e un solo reddito, mille euro al mese per tutti e da gennaio chissà. «Alessandro deve capire», e molte cose le ha capite già.