«Qui per i nostri diritti». La rabbia delle tute blu: temiamo l'effetto Pomigliano
ROMA. «Ecco il metalmeccanico secondo la Cisl: con paraocchi contro le distrazioni, pannolone per non andare in bagno, sacca di liquidi per non perdere tempo a bere e lobotomia per evitare di pensare». Mescolato a migliaia di bandiere rosse, nel fiume di uomini e donne che scorre verso piazza San Giovanni, il fumetto disegnato da Simone Canovi, dipendente della Ognibene di Reggio Emilia, è il simbolo della grande paura: il sacrificio dei diritti conquistati in decenni sull'altare della crisi. «Tutti temiamo l'effetto Pomigliano, e io sono qui anche per gridare contro Bonanni» fa. «Uno che si professa sindacalista non svende i diritti dei lavoratori» aggiunge Luca Maraucci, «ecco perché l'abbiamo definito "infame maggiordomo". È una rabbia che attraversa gli operai in tutto il Paese, come i due cortei che tagliano Roma: «Hanno fatto deroghe al contratto sulla nostra pelle» dice Emilio Pio Caravaggio, operaio della Sevel di Atessa (Chieti), «noi vogliamo solo poter decidere sul nostro futuro». «Alla Sevel sono stati licenziati 1200 precari, abbiamo avuto le ferie azzerate, ci hanno negato il premio di produzione: la crisi l'abbiamo pagata noi» accusa Antonio Cimini, della Rsu, «siamo qui per rivendicare le conquiste che Cisl e Uil mandano al macero». «Pomigliano è l'inizio dello smantellamento del contratto: da lì si spanderà a tutta Italia» profetizza Piero Morelli, operaio di Bari.
Avvolto nella fascia tricolore, marcia anche l'assessore-metalmeccanico Roberto Taddei, di Palaia (Pisa), un'area che soffre per il drammatico calo di occupazione alla Piaggio: «Quindici anni fa i lavoratori erano undicimila, oggi sono tremila. Sono qui in rappresentanza del consiglio comunale, anche dell'opposizione: quando si parla di diritti, si può essere uniti». «C'è preoccupazione e rabbia, ma anche voglia di non mollare» sottolinea Stefano Carboni, della Sartec di Cagliari, «però siamo rimasti soli, gli altri forse non hanno più voglia di lottare». Dietro il loro striscione, le ragazze della Omsa di Faenza sono il simbolo della fuga del lavoro all'estero: «L'azienda a Faenza chiude e va in Serbia, e mentre noi 347 eravamo in cassa integrazione, lì lo stabilimento è passato da 1500 a 1900 dipendenti: il nostro posto è già stato preso».
Antonio Bolsa, delegato della Dana di Arco (Trento) è tornato a manifestare a Roma dopo anni: «Una bella iniezione di gioventù» ride, «ed è importante essere in tanti: perché le aziende fanno finta di niente, ma poi contano le persone». Mentre guarda la piazza in festa, Claudio Riso, Cgil di Modena, scherza: «I disordini? Solo quelli alimentari: abbiamo mangiato di tutto. La manifestazione di oggi dice che il mondo del lavoro è cambiato, che la crisi ha massacrato le famiglie. Ora la politica deve raccogliere questo messaggio, altrimenti il tessuto sociale del Paese rischia di sfaldarsi».