Una giornata campale, per il popolo dei "No Filovia". Dopo tre settimane di resistenza, è stato sgomberato il presidio che era riuscito a bloccare in zona Naiadi l'avanzamento del cantiere della filovia. Ieri mattina, l'arrivo di polizia e carabinieri ha "convinto" i manifestanti ad abbandonare la postazione: dopo due ore di trattative, e sotto la sorveglianza speciale delle forze dell'ordine, gli operai hanno potuto "allungare" di 250 metri le transenne verso sud. Qui, i "No Filovia" hanno ripiazzato il gazebo: persa la battaglia, non alzano bandiera bianca, loro che come sola arma hanno la forza della parola. Chiedevano la sospensione dei lavori, per far luce sulle ombre del progetto; sono stati sgomberati, dopo i dialoghi tra sordi andati in scena in Comune, solo dopo il via ai lavori. «Civilmente andiamo via, non è utile contrapporci alle forze dell'ordine che stanno facendo il loro lavoro, ma la nostra lotta va avanti, contro l'arroganza della classe politica», così dice detto Roberto Barone, prima che il fronte indietreggi.
Alle 7,30 l'arrivo di polizia e carabineri sorprende la decina di manifestanti rimasti al presidio di notte. Ben presto il fronte si affolla. Mamme, ragazzi, pensionati, insieme a difesa della strada parco. Nessun atto di forza: le forze dell'ordine invitano i manifestanti ad abbandonare il presidio, con una dissuasione giocata sul rischio-denuncia. In ballo i reati di resistenza a pubblico ufficiale, occupazione di suolo pubblico, violenza privata, oltre allo spettro dei risarcimenti. Due ore di tira e molla. Alla fine, i "No Filovia" decidono di spostarsi. «La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione»: dopo il coro di "vergogna" rivolto all'aministrazione comunale, la catena si muove, intonando il testo di Gaber; dal megafono l'invito a scendere in strada era rivolto alla città appena sveglia. La marcia approda davanti al casello ex Fea dove i manifestanti segnalano alle forze dell'ordine un cantiere non sicuro che meriterebbe qualche attenzione. Il gazebo viene rimontato per continuare una protesta giocata anche sul fronte legale: in preparazione, denunce a Tar e Procura, contro un'opera priva di Via e nulla osta sulla sicurezza. E un altro fronte di protesta si apre in Regione, a viale Bovio: qui una delegazione di manifestanti strappa un faccia a faccia con il presidente Gianni Chiodi. Lo informano dello sgombero, gli chiedono di intervenire per sospendere i lavori. «Mi date dei poteri che non ho - risponde il governatore - Le forme di protesta dovevano essere messe in campo prima. Rispetto la posizione di chi non è d'accordo con la costruzione della filovia, ma la politica ha fatto quello che doveva fare, considerando che è all'opera una commissione tecnica permanente».
«Lo sgombero del presidio - dicono dal coordinamento "No Filovia" - che rappresentava la civile protesta dei cittadini nei confronti di un cantiere simbolo di una logica imprenditoriale sbagliata e di una volontà politica prevaricatrice, è una clamorosa sconfitta di una politica incapace di accogliere le istanze dei cittadini che pretende di rappresentare». Hanno le lacrime agli occhi, i manifestanti. Ma, insieme, continueranno la battaglia: pensionati, come Elvia che per il presidio ha sacrificato tempo agli affetti; lavoratori come Roberto, che si è preso le ferie per stare lì o come Gianfranco, che ogni giorno sacrifica le pause pranzo.