MILANO- Gianfranco Fini lascia Milano molto soddisfatto. Non tanto per l'accoglienza ricevuta dai fan in veste di leader politico, quanto per le reazioni che arrivano da Roma sul suo stop alla reiterazione dello scudo giudiziario per il presidente del Consiglio. Reiterazione che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, dice di «non ritenere vitale». Il che conforta, ovviamente, il presidente della Camera, più convinto che mai della sua posizione. Tanto che a Rovigo ripete in un'intervista che «sulla giustizia il governo può davvero rischoia». «Mi auguro che sulla giustizia non ci siano questioni insormontabili- spiega- se invece fosse il contrario, si potrebbero creare le condizioni per mettere in crisi il governo», avverte. E a Milano ripete che «l'unica strada per varare un lodo costituzionalmente corretto è quella della tutela della funzione, non certo della persona, e per una volta sola», certo che, alla fine, la situazione non precipiterà. E i suoi lo confortano in tal senso: «Voglio vedere Berlusconi aprire una crisi di governo sul lodo con l'emergenza sociale che c'è nel Paese», ironizza Bocchino.
D'altronde, i finiani hanno tutto il tempo per mettere a punto la loro strategia di resistenza, visto che il tema giustizia non sarà affrontato dal prossimo Consiglio dei ministri, vista che il presidente Napolitano che deve vistare il provvedimento sarà in viaggio in Cina per tutta la settimana. Intanto, il predsidente della Camera continua a fare politica e vola a Milano dove Futuro e libertà sta mettendo radici. «A palazzo Marino abbiamo superato la Lega, che ha un solo consigliere comunale- esulta il presidente dei deputati futuristi, Italo Bocchino- noi invece ne abbiamo già due- il presidente del Consiglio comunale, Manfredi Palmeri e Barbara Ciabò».
Fanno i conti i finiani e accolgono a braccia aperte gli ex forzisti delusi «dalla politica che ormai è solo accumulo di cariche e di potere», come sottolinea l'europarlamentare Cristiana Muscardini. A Milano è arrivata una berlusconiana della prima ora, Tiziana Majolo, sedotta, confessa «dalla battaglia di Fini per i diritti dei più deboli, a partire dalla cittadinanza per i bambini nati in Italia». I milanesi inquieti applaudono Fini al teatro Derby, già culla del cabaret meneghino. Ci sono le signore del bel mondo, come Daniela Iavarone, della fondazione del teatro La Scala, o il dermatologo Antonino Di Pietro, che dispensa consigli dai salotti tv. E' tutto un mondo che si muove. Ma Fini tiene particolarmente a dialogare con il mondo del lavoro e a quelli che chiama «testimoni della legalità». Le forze dell'ordine, certo, «che arrestano i delinquenti, ma anche i magistrati che li giudicano e li condannano. E questo- avverte-è senso dello Stato, non giustizialismo, nè giacobinismo».
E solletica i ragazzi in maglietta arancione, che evocano la rivoluzione liberale dell'Ucraina, avvertendo che «ci sono settori dove non è posisbile fare tagli indiscriminati, e sono quelli della cultura e della formazione perchè «un Paese che rinuncia a investire sulla scuola, sulla ricerca e sull'università rinuncia a priori al suo futuro». Il finale è obbligatoriamente contro la Lega «che ha posto il veto alla liberalizzazione delle municipalizzate per costruire i propri tesoretti di potere e il bello è - ironizza Fini- che il governo ha obbedito. D'altronde- conclude- non è riuscito a fare neppure la più piccola delle riforme».