LANCIANO - Tutti contro Marchionne, ieri, alla Sevel azienda Fiat, la più grande d'Abruzzo, 6 mila dipendenti, dopo le dichiarazioni dell'Ad da Fazio. Lavoratori e organizzazioni sindacali non ci stanno a finire nel calderone "passivo" della Fiat e sostengono che Marchionne, anche per essere di origini abruzzesi, avrebbe dovuto ricordare come anche dalla Sevel sia arrivato un forte contributo al risanamento dei conti Fiat. «Qui - dice Marco Di Rocco, segretario provinciale della Fiom - ci sono stati anni in cui i profitti hanno superato i 200 milioni di euro. E anche adesso che c'è la crisi le cose devono andare bene, visto che si fanno gli straordinari al sabato e che con 1.400 lavoratori in meno si producono ogni giorno quasi gli stessi furgoni di prima». Ironizza pure Di Rocco: «Marchionne ha detto che non scenderà in politica perché si sente un metalmeccanico: sarà, ma si tratta di un metalmeccanico privilegiato visto che porta a casa 4 milioni di euro all'anno, mentre un operaio della Sevel, che è stato per tante settimane in cassa integrazione, arriva a 15 mila».
«Quando la Sevel - ricorda Nicola Manzi, segretario provinciale della Uilm - ha festeggiato i 25 anni di attività, Marchionne mise in risalto i dati positivi di questa azienda, adesso non può averli dimenticati». E Domenico Bologna, segretario provinciale della Fim-Cisl sottolinea che «non si può generalizzare, ma bisogna discutere sui dati, passati e presenti, e sulle prospettive di ogni singolo stabilimento». Intanto la Fiom esprime «preoccupazione per la disdetta dell'accordo sui tempi del lavoro nello stabilimento di Mefli, perché questo significa che la Fiat ritiene che l'accordo sindacale di Pomigliano sia un esempio da esportare in tutti gli stabilimenti; una situazione, quindi, che fa pensare come tale disdetta degli accordi sulla metrica di lavoro possa arrivare presto anche in Sevel».
E intanto, sempre in primo piano, nel Vastese, i problemi del mondo del lavoro, che vede a rischio, per la crisi economica, non meno di 600 posti di lavoro. In sofferenza tutti i settori, dal metalmeccanico al tessile. Alla Denso i mille dipendenti si fermeranno domani, 28 e venerdì 29 ottobre ma, considerato il lungo ponte festivo di Ognissanti, lo stabilimento giapponese che produce di componenti per auto resterà di fatto chiuso per cinque giorni di fila. Prima della fine del 2010, anno di sostanziale tenuta sui mercati internazionali, la Denso dovrebbe richiedere altri cinque giorni di cassa integrazione. Nuove aspettative ripongono azienda e lavoratori nella produzione del nuovo alternatore, che andrà a regime, però, solo dopo il rinnovamento delle linee e degli impianti: tempo previsto, circa un anno.
L'altro colosso industriale di Piana Sant'Angelo è la Pilkington: il calo dei volumi di mercato ha ridotto la marcia del settore "accoppiati", con la susseguente, forzata rinuncia al lavoro di 100 operai, che restano a casa nel week end. C'è anche questa tra le motivazioni dello sciopero di quattro ore proclamato dallo Slai Cobas per venerdì prossimo. Gli autonomi protestano contro il licenziamento di 30 interinali che non ha escluso il ricorso allo straordinario proprio in quei reparti dove la forza lavoro è stata ridotta. Lo Slai Cobas, tra l'altro, polemizza con Cgil, Cisl e Uil, definendo una farsa l'accordo che prevede 150 euro quale compenso per la rinuncia alla terza settimana di ferie. In Valsinello, inoltre, fari sempre puntati sulla Golden Lady: crescono le voci di un prossimo ridimensionamento della fabbrica.