ROMA. Ora si scrutano le prime dichiarazioni di Susanna Camusso, prima donna eletta in oltre un secolo di vita alla guida della Cgil. Ma già parla, sufficientemente, la biografia di questa socialista mai craxiana, testarda e secchiona, impegnata per anni nel lavoro tra i metalmeccanici, di sinistra ma con un accentuato profilo «riformista», sindacalista per passione missionaria, per scelta di vita.
Come molte donne della sua generazione, impegnate nel mondo femminista (ora si direbbe nelle «politiche di genere») e da militante delle associazioni politiche studentesche si confronta subito col movimento operaio organizzato a partire dalla Flm, la sigla che per anni ha unito speranze e lotte dei tre sindacati metalmeccanici. Per lei, ragazza milanese figlia di un colto esponente della Comunità di Adriano Olivetti di Ivrea e di una psicologa, è una scelta quasi naturale lavorare con le tute blu, mettendo in piedi i corsi delle 150 ore.
Nel corso degli anni, quando le contestano un tratto «moderato» lei rimanda sempre a un altro tassello della sua storia. Quello vissuto nella Milano degli anni Settanta, con la Fiom. Un'esperienza di prima linea, davanti ai cancelli dell'Ansaldo, in anni di passioni e di nubi minacciose. Concretezza e realismo, fastidio per l'estremismo (caratteristica però presente in molti esponenti della sinistra socialista) e quotidiano ruvido confronto con i «compagni del Pci», ossatura proprio della Cgil.
Nei primi anni Novanta è il socialista Fausto Vigevani a chiamarla a Roma nella segreteria nazionale della Fiom. Si occupa del settore auto e va presto a sbattere contro le idee del nuovo leader dei metalmeccamnici Claudio Sabattini, il padre del sindacalismo antagonista. Lei firma un accordo con la Fiat che a Sabattini, e alla maggioranza della Fiom, non piace. E, come succede in questi casi, ne paga le consguenze: resta ancora per poco alla Fiom diventata per lei sempre più estranea finchè rientra a Milano, prima ad occuparsi della Flai (agro industria) e poi alla guida della potentissima Cgil lombarda. Ma l'esilio lombardo non sarà come quello di Pietro Secchia silurato da Togliatti negli anni Cinquanta: nel 2008 il suo maestro Epifani la richiama a Roma.
Negoziare e fare accordi non significa fare del sindacato un ente parastatale. Il conflitto serve ma è un mezzo. E Susanna Camusso ha confermato ieri di voler mettere al centro proprio la contrattazione. Definizione stiracchiata da diversi soggetti del conflitto, che la metterà presto in rotta di collisione col ministro Sacconi, il «socialista dei padroni» come lo chiamano in Cgil, accusato da Susanna negli ultimi giorni di essere «di parte» e di aver favorito la divisione del sindacato. Con queste certezze la nuova leader della Cgil è pronta a sfidare Cisl e Uil priorio sul terreno decisivo della rappresentanza.